Trincea&Costituzione: il Campo largo torna in modalità referendum
Roma/Politicadi Fabrizio Roncone Campagna elettorale, la coalizione ritenta lo schema «attacco democratico» Nel Campo largo è finito il tempo del racconto politico beffardo e urtante, spesso saccente e pedagogico. Ogni soffocante domanda — cosa pensano, cosa non pensano, quanto sono uniti? — appare cancellata dalla cronaca battente degli ultimi cinque giorni. La notizia — oggi — è una, accertata, su cui concordano numerosi osservatori: la notizia è che il Campo largo sembra aver finalmente trovato un programma elettorale. Succinto, ma condiviso. Anzi, diciamola meglio: gliel’ha trovato Giorgia Meloni. La premier va a 10 Minuti, su Rete4, e annuncia di tenere nel mirino il Quirinale: «Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra». È una frase fragorosa che, nel volgere di poche ore, viene studiata e pesata dalle opposizioni. Ma c’è poco da pesare. Ogni stupore è superfluo: la Meloni, probabilmente dopo precisi calcoli strategici all’interno della sua coalizione, ha chiaramente deciso di sparigliare in grande. Alla buvette di Montecitorio, luogo di meravigliosa aria condizionata e pessime ciofeche spacciate per caffè, occhiate torve, mezze frasi, subito un clima pieno di allarme, baruffa, barricata: «Emergenza democratica!». «Vogliono prendersi tutto!». «Deriva autoritaria: lei al Quirinale e Crosetto a Palazzo Chigi?». Adriano Sofri, sul Foglio, offre una sintesi lineare: «Come hanno capito anche i muri… il disegno lungimirante di Meloni e della sua coalizione è di varare in fretta e furia una ennesima legge elettorale il cui premio produca una maggioranza autosufficiente, bastante cioè ad eleggere da sola il nuovo, o — magari — la nuova presidente della Repubblica. Non è detto che ci riescano: se sì, si andrà alle elezioni politiche, più o meno anticipate, fra un anno circa». Per l’alleanza di centrosinistra è un’occasione clamorosa e inattesa, ma da cogliere al volo, senza indugi, la politica non sempre consente di scegliere i tempi e i modi dell’agire, bisogna essere tempestivi e realisti. La riforma della legge elettorale comincia perciò ad essere trattata dentro uno schema già usato con successo, appena qualche mese fa, per contrastare la riforma della Giustizia: si tratta di un attentato — la dico brutale, ma almeno ci capiamo — alla Costituzione. Il tiro delle polemiche si alza, si sta alzando esattamente in questa direzione. La stessa che, in occasione dell’ultimo referendum, determinò — appunto — il trionfo dei «no». La domanda che segue è inevitabile: una simile rappresentazione funzionerà anche come argomento centrale per un finale di legislatura che si annuncia aspro e confuso? Vedremo. Intanto: indizi, dettagli, immagini, interviste. Tante, compatte, di colpo allineate. Il primo innegabile vantaggio del Campo largo è proprio mediatico: invece di star lì a mettersi d’accordo su come fare meglio di questo governo (impresa non impossibile, diciamo) e decidere le strategie necessarie per la politica estera (Ucraina, Trump, Israele), immaginare soluzioni per risolvere il disastro della sanità, il dramma degli anziani, piuttosto che pensare a come affrontare lo spinoso tema delle tasse, patrimoniale sì, patrimoniale no, per non parlare della sicurezza, della scuola, dei giovani, delle energie alternative, tutti i leader del Campo largo si ritrovano improvvisamente stretti, a braccetto, nel denunciare i piani della Meloni. Elly Schlein: «L’ossessione della premier è il Quirinale. Per arrivarci è disposta a tutto». Nicola Fratoianni chiede gesti forti, simbolici: «Meloni sta tentando l’ennesima forzatura. La sua legge elettorale è di natura sovversiva». Angelo Bonelli: «È preoccupante la torsione autoritaria del Melonellum. Lo dico a Conte, a Magi, a Elly. Basta con i tatticismi: qui dobbiamo difendere la democrazia». Giuseppe Conte: «Serve un’opposizione compatta, emendamenti soppressivi. E poi, ovviamente, dobbiamo tenerci pronti al ricorso alla Corte costituzionale». Matteo Renzi: «Dobbiamo impedire alla Meloni di salire al Colle. Ha distrutto l’Italia, è lo scendiletto di Trump. Ma, se a sinistra non prevale Tafazzi, io credo che sia possibile fermarla». Non perdono tempo. Si riuniscono con 45 gradi percepiti all’ombra tra la Rinascente e la chiesa di Santa Maria del Pozzo, l’asfalto di via del Tritone, a Roma, che resta attaccato alle suole, fotografi e cameraman barcollanti come fanti ad El Alamein, ma pronti a riprendere le facce, le occhiate di quelli che s’infilano al teatro de’ Servi, dov’è in programma un’iniziativa promossa da Gianni Cuperlo e dalla fondazione del Pd che guida con (rara) autorevolezza. Platea quasi piena davanti al cartello «Legge elettorale: torniamo alla Costituzione», gran via vai sopra e sotto al palco. Avvistamenti. C’è Roberto Zaccaria, che ha promosso il primo comitato pronto a presentare ricorso alla Consulta, «dieci secondi dopo l’approvazione della legge voluta dalla Meloni». C’è l’ex pm di Mani Pulite, Gherardo Colombo. Politici in ordine sparso. Non sono riusciti ad essere presenti, ma aderiscono: Gad Lerner, Gustavo Zagrebelsky, Sigfrido Ranucci, Corrado Augias «e, ovviamente, Tomaso Montanari». Una trincea decisa a non arretrare di un centimetro. «Non passerà questa legge elettorale che la Meloni s’è costruita addosso per diventate Capo dello Stato». Leggi alternative più potabili? Di fronte a questo quesito, ecco però voci che soffiano incertezze, dubbi, parliamone dopo, magari domani. Atteniamoci — appunto — al programma: «Evitare che la destra conquisti il Quirinale». I giorni seguenti servono per stilare la lista dei più pericolosi candidati possibili. In ordine decrescente: Meloni, La Russa, Crosetto, Fitto. Panico diffuso (anche se, come è noto, Crosetto e Fitto sono due democristiani, nel senso tecnico del termine). Toni, comunque, sempre crescenti. Gravi. Definitivi. Con l’unica nota leggera di una deliziosa provocazione di Sofri, che chiude l’articolo già citato qualche paragrafo fa immaginando un Mattarella III («Se rieletto, nel 2027, resterebbe in carica fino al 2034. Avrebbe 85 anni alla rielezione e appena 92 allo scadere del mandato»). Boutade (forse) a parte: il Campo largo, com’è insomma chiaro, un programma elettorale condiviso finalmente ce l’ha. Quello che continua a mancare è però un candidato premier e sul tema, e che tema, ci sarà da scrivere ancora molto. Inutile, comunque, chiedere un aiuto anche su questo alla Meloni: è già noto che, fosse per lei, preferirebbe giocarsela contro la Schlein (provate a immaginare perché).


