Da Pavana a Via Paolo Fabbri 43: il lungo infinito saluto a Guccini
In evidenzaDa Pavana a Via Paolo Fabbri 43: il lungo infinito saluto a Guccini | In In Storia | Di Di Andrea Aloi Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email Cosa ci racconta la gente, tanta gente, che in via Paolo Fabbri 43 canta “Bologna” di Guccini a suo onore perenne? Versi mandati a memoria: “Bologna è una ricca signora che fu contadina/ Benessere, ville, gioielli/ E salami in vetrina/ Che sa che l’odor di miseria da mandare giù è cosa seria”. Un canto a dire: siamo ancora qui, irriducibilmente inconciliati e liberi come eri tu, Francesco, quando ci spiegavi con le parole giuste quello che già sentivamo da qualche parte e tu ce lo tiravi fuori perché non fabbricavi ritornelli o spalmavi miele musicale adatto a romantici abbandoni. Altro che abbandonati a un ascolto da passatempo! Guccini, un po’ folk singer un po’ epico bardo di infiniti orizzonti (sull’epos di Francesco ben ha detto su Strisciarossa Toni Jop) e semplici giganti (“La Locomotiva”: “gli eroi son tutti giovani e belli)”, chiamava, e sempre chiamerà, esigerà desta presenza davanti a “Feroci conduttori di trasmissioni false/ Che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte/ Coraggio liberisti, buttate giù le carte/ Tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese/ In questo benedetto, assurdo bel paese” (“Cirano”). Non sono sempre solo canzonette (cit. Edoardo Bennato). Il portone della casa di Bologna di Guccini cosparso di biglietti e fiori Il “mito Guccini” si è propagato in virtù delle più semplice cose donate con una voce autenticamente amica: ricordati di te, delle tue radici, dei tuoi maggiori, delle tue frane, dei tuoi amori, di quanto la vita è bastardamente, gloriosamente viva. Si poteva, si può “credere” a Guccini con la sicurezza di non avere mai rimpianti, d’altra parte come non fidarsi della intellettuale onestà di un hombre auténtico che lascia un pezzo di casa al pianterreno, sulla via Paolo Fabbri ora cosparsa di biglietti e fiori, a un amico barbiere – Andrea si chiamava – in modo che ci facesse bottega? Senza pagare una lira d’affitto, naturalmente. C’è nel Guccini aedo, cantore di epiche storie, ll massimo della sincera, disvelante consapevolezza. In “Signora Bovary”, il padre Ferruccio è “Van Loon”, divulgatore olandese e prediletta lettura del genitore, la figlia Teresa, nata dalla lunga relazione con Angela Signorini, è “Culodritto”, “Signora Bovary” è Guccini: “Ma che cosa c’è proprio in fondo in fondo, quando bene o male faremo due conti,/ e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio”. Crudelmente personale, mai intimistico. Vedi “Un altro giorno è andato”: “Giornate senza senso, come un mare senza vento/ Come perle di collane di tristezza/ Le porte dell’estate dall’inverno son bagnate/ Fugge un cane come la tua giovinezza/ Negli angoli di casa cerchi il mondo/ Nei libri e nei poeti cerchi te/ Ma il tuo poeta muore e l’alba non vedrà/ E dove corra il tempo chi lo sa?”. Per chi risuona il canto di Francesco? Risuona per te. Nei tempi spesso vuoti del pop Guccini è stato e sarà popolare in modo quasi arcaico, da veggente attorno a un fuoco col suo arpeggio. Un artista non confinabile sullo scaffale del superfluo perché ferocemente mirato all’essenziale con una solennità fortemente rappresentativa, incisiva. Un classico che consegna a mille domani un amore: “Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,/ credevo che Bologna fosse mia:/ ballammo insieme all’anno o a Carnevale./ Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,/ ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò…” (“Eskimo”). O un amico, il Piero Melandri di “Canzone per Piero”: “Il mio Leopardi, le tue teologie: ‘Esiste Dio?’ Le risate più pazze,/ le sbornie assurde, le mie fantasie, le mie avventure in città con ragazze./ Poi quell’amore alla fine reale tra le canzoni di moda e le danze: ‘È in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Mi ha detto no, non dovrei mai pensare'”. Guccini è stato mago di citazioni e contaminazioni, dal folklore americano ai giri ritmici della musica profana medioevole, come nell’inizio pizzicato della “Canzone dei dodici mesi”, in cui Francesco s’ispira alla corona di sonetti dedicata all’incedere dell’anno dal trecentesco Folgóre da San Gimignano, citato puntualmente insieme all’aretino Cenne, giullare pure lui del Trecento e che aveva parodiato la “corona” di Folgóre. Dal “Ben venga maggio” evocante Poliziano, Guccini passa a ottobre: “Nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza. E giunge a dicembre: “E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte/ Lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte/ Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre/ Ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre”. Il sodalizio col padre domenicano Michele Casali col quale aveva fondato l’Osteria delle Dame Ecco non il Cristo “solo” Redentore, ma portatore di uragano e scandalo, colto da un poemetto di Eliot del 1920. Così diverso dal Figlio di Dio misericordioso di De André, tanto Faber tributario confesso del poeta quattrocentesco François Villon, sulfureo apostata parigino celebrante di oneste puttane, delinquenti, miserabili quanto eclettico nei “ganci” poetici Guccini, che ha spaziato dal Majakovskij rivoluzionario cittadino deluso all’umore nostalgico di Gozzano. Sono solo canzonette? E ne avrà parlato di questo Nazareno graffiante col frate domenicano Michele Casali, colonna della Bologna più culturalmente avvertita, felicemente difforme e provocatoria, che con Guccini aveva fondato l’Osteria delle Dame, luogo di musica e parole? Più che cultore, tenace studioso del lessico italiano, la sua ribollente materia prima, il figlio di Pavana ha molto mostrato un “passo” letterario di prim’ordine e sul gradino più alto del podio mettiamo, tra tanto altro, il suo memoir “Cròniche epafàniche”. Ancora radici, appennino pistoiese e mulini e torrenti, memorie involontarie e carezze date al Tempo che è stato. Guccini non ha mai avuto bisogno di coltivare la sua aura di leggendario cantatore di ballate con spirito intatto, piuttosto l’ha schermata dai vaniloqui social e televisivi. Ora che non è più, quell’aura è destinata ad allargarsi. Privilegio da molte effettive meteore spesso usurpato, meritato da pochi interpreti autentici e talentuosi della commedia umana.


