
Curaçao nella storia
InternazionaleCuraçao, piccola isola del Caraibi ex colonia olandese, ha fatto storia ai Mondiali ma la sua identità è segnata da schiavitù, sfruttamento petrolifero e resistenze popolari. Dalle rivolte di Tula e del 1969 alla lotta per la memoria e le riparazioni, l’isola rivendica il proprio passato per costruire un futuro autonomo.

Venezuela: nella storia parallela di due giudici tutti i perché della “love story” tra Trump e il chavismo
In evidenzaVenezuela: nella storia parallela di due giudici tutti i perché della “love story” tra Trump e il chavismo | In In In evidenza | Di Di Massimo Cavallini Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email È tornata libera, María Lourdes Afiuni. Libera di uscire di casa, di passeggiare, parlare e viaggiare. Libera, finalmente, di curare i tumori maligni che, nei suoi 17 anni vissuti da “criminale” (prima in carcere, poi ai domiciliari e, infine, in una molto restrittiva libertà condizionale), hanno attaccato diverse parti del suo corpo. Libera, quando ormai non mancavano che pochi mesi alla fine “naturale” della sua condanna, grazie al regime che, per inappellabile volontà del suo “capo supremo”, l’aveva a suo tempo accusata, rinchiusa e torturata. E che mai, in questi anni, ha cessato di diffamarla e insultarla. È tornata libera, María Lourdes Afiuni, giudice venezuelana, meglio nota come “la prigioniera personale di Hugo Chávez”. E da donna di nuovo libera si ritrova oggi in un Venezuela che è completamente diverso e, nel contempo, assolutamente identico a quello che 17 anni fa l’aveva messa sotto accusa. Il 10 dicembre del 2009, giorno del suo arresto, il Venezuela era, per volontà del “comandante eterno” Hugo Chávez, una “Repubblica bolivariana”, luminoso specchio di quello che il medesimo Chávez aveva, in nome proprio, battezzato il “socialismo del XXI secolo”. Oggi il Venezuela è – di fatto se non di nome – un protettorato di quegli Stati Uniti che, nel nome suo e del socialismo di sua invenzione, Hugo Chávez aveva senza tregua combattuto e disprezzato. E questo a dispetto del fatto che le persone che lo governano restano, oggi, esattamente le stesse d’allora, con la sola, ovvia esclusione del presidente Nicolás Maduro e della sua consorte, la “primera combatiente” Cilia Flores, entrambi dagli USA sequestrati lo scorso 3 di gennaio (nonché, ancor più ovviamente, del “comandante eterno” deceduto nel marzo del 2013). Come è possibile? Per capirlo – o, quantomeno, per cominciare a capire una vicenda assai complessa, contorta ed intrinsecamente ambigua – vale la pena partire proprio dal lungo calvario percorso, per oltre tre lustri, da María Lourdes Afiuni. E questo per due fondamentali ragioni. La prima, piuttosto ovvia, perché la sua storia continua ad essere il fedele specchio degli orrori e della miseria politico-morale del chavismo. E, la seconda, perché, se raccontata parallelamente a quella di un’altra giudice messa sotto accusa negli USA per “ordini superiori”, questa medesima storia chiarisce, in un intrecciarsi di sostanziali differenze e di ancor più sostanziali affinità, il più profondo perché del revival neocoloniale che, nella forma d’una imprevedibile e, insieme, inevitabile “love story”, va languidamente consumandosi, all’ombra del petrolio, nella Venezuela di questo 2026. La “love story” in questione è – già lo avrete capito – quella tra Donald Trump e Delcy Rodríguez, la rivoluzionaria chavista che, prima del blitz militare e del sequestro di Maduro, di Maduro era la vicepresidente. La storia parallela – drasticamente diversa nelle sue conclusioni, ma sostanzialmente identica, o identicamente sordida, nelle motivazioni – è quella di Letitia James, giudice, donna e afroamericana (tre peccati che nell’America di Trump già sono, di per sé, considerati mortali) che lavora come Attorney General in quel di New York. E che, in queste vesti, aveva a suo tempo, e con successo, prima indagato e poi pecuniariamente punito – in un tourbillon di falsi in bilancio e frodi fiscali – gli innumerevoli altarini finanziari dell’impero immobiliare di Donald Trump, entrando per questo, di diritto, nella lunga lista dei “nemici da abbattere” da Trump stilata non appena tornato alla Casa Bianca agli albori dello scorso anno. Quali sono, dunque, le drastiche differenze e le affini motivazioni che separano e, insieme, uniscono le due storie? Partendo dalla prima. María Lourdes Afiuni venne arrestata il 10 dicembre del 2009 per un reato che, nel Venezuela di Hugo Chávez, ormai trasfiguratosi in dittatura, non poteva in alcun modo esser tollerato: l’aver applicato la legge contro la dichiarata volontà del gran capo. Più in concreto: per aver concesso la libertà provvisoria ad un presunto reo che si trovava da tre anni – uno in più del limite imposto dalla legge – in carcere senza processo. Quel reo era il banchiere Eligio Cedeño, un vecchio alleato di Chávez che – di Chávez diventato nemico per motivi tanto oscuri quanto oscura era stata la precedente amicizia – era stato dal “comandante eterno” accusato di vari (e molto fumosi) delitti di corruzione. Tanto vari e tanto fumosi, evidentemente, da non poter esser giudicati in un’aula di tribunale entro i due anni sanciti dalla legge. Rispettando il dettato di quella legge, la Afiuni aveva concesso a Cedeño la libertà provvisoria. E Cedeño – ben conoscendo le molto vendicative abitudini del suo vecchio amico Hugo – aveva pensato bene di autoesiliarsi fuggendo all’istante dal Venezuela. María Lourdes Afiuni, ultimo avamposto d’un apparato giudiziario ormai interamente controllato dal potere politico, venne arrestata quel giorno stesso. Ad ordinare il suo arresto fu, in diretta TV, il medesimo Hugo Chávez, il quale provvide anche, per l’occasione, ad elencare i reati da lei commessi – corruzione ordinaria, abuso di potere e associazione a delinquere – nonché a comminare la pena relativa (“trent’anni – disse “en vivo y en directo” il “comandante eterno” – Maria Lourdes Afiuni deve essere condannata a trent’anni”); ed infine a scegliere il carcere nel quale doveva essere richiusa. María Lourdes venne spedita, non per caso, nella prigione femminile dell’INOF, dove dovette dividere la cella con detenute che lì erano finite perché da lei condannate. E li venne abbandonata, per quasi due anni, alla loro vendetta ed alla violenza delle guardie. Venne torturata e, entrata in carcere incinta, dovette abortire. Solo dopo due anni, al termine di una campagna a suo favore alla quale parteciparono anche intellettuali che, come Noam Chomsky, al chavismo avevano guardato con grande simpatia, a María Lourdes – già malata di cancro – vennero concessi i domiciliari. E solo nel tardo 2013, dopo la morte del “verdugo” (boia) che l’aveva condannata a trent’anni, le venne concessa una molto limitativa libertà provvisoria. E il processo? Ci fu mai un processo contro María Lourdes Afiuni? Ci fu. Si svolse molto discretamente (quasi segretamente) nel 2019, dieci anni dopo il suo arresto. E fu, a tutti gli effetti, l’ultima, grottesca pennellata d’un orrido dipinto, una sorta di ridicola firma al termina d’un’opera abbietta. María Lourdes Afiuni venne condannata a cinque anni di carcere per un reato che non esiste in nessun codice penale: “corruzione spirituale”. Vale a dire: non ha commesso alcun atto di corruzione, ma è corrotta. Nulla del genere è accaduto – né presumibilmente accadrà – a Letitia James. Ma alle origini del suo caso c’è, come c’era in quello della Afiuni, la volontà d’una molto rancorosa e meschina forza messianica. Nel caso specifico quella di Donald J. Trump, quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America, grande ed amato leader che, quando non veste direttamente i panni di Gesù di Nazareth, detto il Cristo, ama presentarsi come diretta emanazione di un Dio deciso a rendere, tramite suo, di nuovo grande l’America. Io ti do un nome, tu mi trovi il reato. Questo è oggi, apertamente decretato da Trump, il rapporto tra la presidenza ed un Dipartimento alla Giustizia, il DOJ, ora affidato non a giuristi indipendenti, chiamati a difendere “super partes”, come da 250 anni vuole la tradizione, lo stato di diritto, ma a personaggi – prima Pam Bondi, ora Todd Blanche, entrambi a suo tempo avvocati personali dell’attuale presidente – la cui fedeltà Trump non esita a tradursi in azioni di vero e proprio sicariato. La “lista dei nemici” presentata da Trump al DOJ è lunga ed articolata. Ma nel caso che qui interessa il nome era, per l’appunto, quello della New York Attorney General Letitia James. Ed a metter sul tavolo il reato da Trump reclamato era stato – come in altri casi, su tutti quello di Lisa Cook, Federal Reserve Governor, guarda caso anche lei donna e afroamericana – Bill Pulte, pasdaran trumpista dal presidente Usa posto alla testa della Federal Housing Finance Agency, branca governativa che s’occupa di mutui in campo immobiliare, terreno complesso e limaccioso nelle cui torbide acque, volendo, sempre si può pescare, passando al setaccio regolamenti e procedure, qualche leguleia omissione, qualche pecca che, ad occhio nudo invisibile, può apparire, se esaminata al microscopio, in qualche modo punibile. L’accusa di Pulte – subito dal DOJ solennemente trasformata in formale procedura penale – era questa: Letitia James s’era resa responsabile di frode bancaria. Perché? Perché tempo fa, comprando una casa nel New Jersey, aveva dichiarato alla banca interessata che quella casa, per acquistare la quale voleva accendere un mutuo, l’avrebbe usata, non per affittarla, ma come sua seconda abitazione, in questo modo “fraudolentemente” ottenendo condizioni di finanziamento più favorevoli. In soldoni: qualcosa come una cinquantina di dollari in meno di “mortgage” al mese. In tutto, diluiti in vent’anni, poco più di 7.000 dollari. Una baggianata. Non solo per la ridicola quantità di danaro coinvolta. E neppure soltanto per l’ovvia – ovvia fino al ridicolo e ben oltre l’indecenza – natura vendicativa delle imputazioni, resa inequivocabile dai messaggi social con i quali, rivolgendosi direttamente a Pam Bondi, Trump reclamava “giustizia”. Le accuse rivolte a Letizia James si sono, a conti fatti, rivelate, oltre che ridicole nella loro palese strumentalità, anche sostanzialmente, inequivocabilmente false. Quella seconda casa Letitia James l’aveva ceduta, senza pretendere alcun affitto, ad una molto stretta parente in difficoltà economiche. In conclusione: tanto impresentabili erano, da un punto di vista etico e legale, le accuse contro Letitia James, che l’Attorney originalmente destinato a presentarle di fronte alla giustizia aveva, per personale e professionale dignità, scelto di dimettersi pur di non prender parte alla pagliacciata. Ed una volta faticosamente raggiunte le aule di tribunale quelle accuse non hanno superato, per tre volte consecutive, neppure il primo ostacolo, di norma una pura formalità. Vale a dire: l’approvazione del Grand Jury, una giuria popolare che, esaminata la plausibilità delle prove a carico, apre la strada ad un vero e proprio processo. Pratica sistematicamente rimandata al mittente. E sempre con un messaggio riassumibile nella frase: che razza di porcheria è mai questa? Morale della favola. Quella che nel Venezuela di Hugo Chávez era stata (ed ancora è) una tragedia, negli Stati Uniti di Donald Trump si è ripetuta – e continua a ripetersi – come una farsa. Nel 2009, in Venezuela, Hugo Chávez aveva già, senza possibilità di ritorno, fatto a pezzi lo stato di diritto. Negli Stati Uniti, lo stato di diritto ancora sopravvive e vince pur a fronte d’una liturgia autoritaria ormai diventata, in forma di culto della personalità, una pratica affermata e parte del tran tran politico. Basta, per coglierla, dare un’occhiata ai panorami di Washington D.C. dove il faccione corrucciato di Donald Trump, sventola in forma di giganteschi striscioni su tutte le facciate degli edifici pubblici. Sono storie diverse, quella di María Lourdes Afiuni e quella di Letitia James. Ma sono anche, nella loro diversità, sospinte da un comune vento autoritario, da una comunanza di filosofia e d’intenti che spiega la facilità, la naturalezza, verrebbe da dire, con la quale, uscito forzatamente di scena Nicolàs Maduro, il fragoroso antimperialismo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, è entrato in pressoché immediata simbiosi con le dichiarate – e nel caso del Venezuela dichiaratamente petrolifere – mire neocoloniali degli USA di Donald Trump. La storia d’amore tra Donald Trump e Delcy Rodríguez ci racconta, anzi, torna a raccontarci, sovrapposta alle vicende paralleledelle due giudici, come dittatura – non importa di quale colore – e colonialismo siano, per affinità elettive, fatti l’una per l’altro. La domanda – una domanda puramente retorica – è a questo punto la seguente: è lecito immaginare che il vento di questa “love story” possa, alla fine, gonfiare le vele di qualcosa che abbia un’almeno remota somiglianza con la democrazia?
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