L’evoluzione di energia, clima e territorio in Italia
contenuti originaliNegli ultimi 100 anni, la superficie agricola si è ridotta dal 70% del 1925 a poco meno del 40% del 2025, mentre la superficie forestale è aumentata da poco meno del 20 al 33,6%. L’aumento delle aree destinate a insediamenti produttivi e infrastrutturali, la crescita demografica e il fenomeno dell’urbanizzazione hanno profondamente cambiato il nostro Paese: oggi oltre 9 residenti su 10 vivono nei centri, mentre nel 1931 più di un quarto della popolazione presente (26,4%) era distribuita nelle frazioni comunali, ossia al loro esterno. E’ quanto si legge in uno dei dossier di “Storie di Dati” dell’ISTAT sulle trasformazioni dell’Italia, dedicato all’ambiente e all’energia. Per quanto attiene ai cambiamenti climatici, nel periodo 2006-2023, rispetto alla media climatica 1981-2010, tra i 21 capoluoghi di regione italiani i giorni estivi (temperatura massima maggiore di 25°C) sono aumentati da 101 a 114 e le notti tropicali (temperatura minima che non scende sotto i 20°C) da 38 a 49. Tra il 1940 e il 2025 la temperatura media annua sia nel mar Tirreno sia nell’Adriatico è cresciuta di oltre 1°C, a una velocità doppia rispetto alla media globale, confermando il Mediterraneo come area di particolare vulnerabilità climatica. Nel 2024, rispetto al periodo 1991-2020, le temperature al suolo sono state più alte di +0,7°C a livello mondiale, ma di 1,3°C in Italia e 1,5°C per l’Europa nel suo insieme (il 2022 e 2023 in Italia sono stati gli anni più caldi da quando si effettuano le misurazioni). Questa tendenza al riscaldamento è ancora più accentuata considerando le temperature in area urbana, dove si manifesta il fenomeno delle isole di calore. Comparando le tendenze di quattro capitali europee coi livelli storici, a Roma in particolare (Collegio Romano) la temperatura media cresce di circa 3 gradi dall’inizio degli anni ’80 a oggi, e a Berlino, Madrid e Parigi si osserva un innalzamento di circa 2 gradi. In tutte l’incremento è massimo negli ultimi 15 anni. I deflussi idrici sono indicatori chiave per quantificare gli impatti del cambiamento climatico sul ciclo idrologico. L’analisi di un secolo di dati sulle portate medie annue dei principali fiumi italiani, misurate alla foce, dagli anni ’80 evidenzia una tendenza alla contrazione nel bacino del Tevere (e in quello dell’Arno), mentre il Po beneficia della migliore regolazione naturale dei laghi prealpini. Tuttavia, le analisi stagionali rivelano anche per il bacino padano un severo incremento delle magre estive, culminato nella crisi del 2022. “Un ruolo determinante tra le cause del cambiamento climatico, si legge nel dossier dell’ISTAT, ha l’emissione di gas serra, che in Italia ha raggiunto il picco di anidride carbonica (CO2) equivalente nel 2005, diminuendo rapidamente in seguito: nel 2024 è quasi il 30% al di sotto del livello del 1990. In dettaglio, tra il 1990 e il 2024 la quota di emissioni dell’industria si riduce sensibilmente, per l’effetto combinato del declino di alcune attività e degli investimenti in efficienza energetica; specularmente cresce il peso del terziario e dei trasporti delle famiglie, mentre la quota del riscaldamento domestico rimane stabile, ma con una forte riduzione delle emissioni”. Relativamente ai livelli di emissione in termini pro capite, in Spagna e Francia sono inferiori sia all’Italia sia, soprattutto, alla Germania. Il consumo di energia è cresciuto molto: nel 2025 il consumo di energia in Italia è risultato oltre 9 volte superiore rispetto al livello del 1930, come conseguenza delle trasformazioni demografiche e produttive del Paese. Infatti, nel 2025, la popolazione era una volta e mezzo quella del 1931 e il Pil è aumentato di circa 10 volte, così come sono cresciuti, con modalità diverse, i consumi. Per quanto riguarda le fonti utilizzate per la produzione di energia, negli anni ’30 dominavano carbone e legna, mentre nel Secondo dopoguerra inizia l’era del petrolio e negli anni del miracolo economico (1953-1973) i consumi si moltiplicano di circa 7 volte. Le crisi petrolifere degli anni ’70 e l’uscita dal nucleare nel 1987 accelerano poi lo sviluppo di centrali e reti distributive del gas naturale, pur restando il petrolio al primo posto, anche se nell’arco di 20 anni, tra il 2005 e il 2024, la quota delle rinnovabili nel consumo interno lordo di energia è salita dal 7 al 21%. In merito ai rifiuti, nel 2024 in Italia la produzione di rifiuti urbani è stata pari a 508 kg per abitante, in linea con la media dell’Ue27. Tra il 1996 e il 2024 la produzione di rifiuti è aumentata dell’11,2%, ma è migliorata notevolmente la sua gestione: la quota conferita in discarica, inizialmente pari all’83% del totale, è diminuita fino al 15%, scendendo sotto la media dell’Unione, mentre è cresciuta dal 5 al 18% l’incidenza dei rifiuti destinata a inceneritore, e dal 6 al 55% quella del riciclo e compostaggio. Nei Comuni capoluogo la produzione dei rifiuti urbani (546 kg/ab. nel 2024) è leggermente diminuita, ma supera la media nazionale, mentre la raccolta differenziata è inferiore di oltre 9 p.p. rispetto alla media. Qui il dossier ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/06/storie-dati-Ambiente_energia.pdf.

