Fifa e arena. Le trame di Infantino
SportL’opposizione di Aleksander Ceferin, presidente della confederazione europea del calcio, può sembrare tosta, una di quelle solide e ben assestate. Il risultato, l’inatteso dietrofront di Gianni Infantino sulla creazione di una holding per gestire diritti e organizzazione delle competizioni Fifa, quasi occhieggia alla formazione di un governo ombra del pallone globale a guida europea. Ma la realtà è un’altra: la Uefa può ambire al massimo a solleticare il mondo di relazioni e interessi costruito da Infantino in questo decennio da presidente Fifa. Quello che vale per la politica vera e propria, con l’Europa disunita e relegata a un ruolo marginale, avviene anche nella politica calcistica. TRA L’ALTRO la Uefa, quand’anche Ceferin riuscisse nell’impresa utopica di formare un fronte compatto, unico e granitico contro Infantino, conterebbe comunque solo per il 25% del calcio mondiale, avendo 55 federazioni su 211. Nulla potrebbe, a guardare gli equilibri dell’amministrazione pallonara internazionale, contro il sistema infantiniano. Dal 2016, anno in cui il classe 1970 nato a Briga, in Svizzera, da immigrati italiani, è salito al vertice, l’allargamento del mercato calcistico (più competizioni con sempre più partecipanti) ha allargato la platea di chi al suo indotto si abbevera e, di conseguenza, ha prodotto una convergenza di consensi praticamente universale verso Gianni. A certificarlo ci sono le due riconferme, 2018 e 2023, avvenute per acclamazione, senza scrutinio o sfidante. IL COMUNICATO con cui l’organizzazione internazionale ha annunciato che il progetto del Fifa Forward Enterprise, «nato con l’intenzione di fornire una base per rafforzare ulteriormente le nostre associazioni e il nostro sport nel mondo», avendo creato divisioni profonde, «non verrà portato avanti»– sta facendo passare per salvatore della patria anche il controverso Ceferin. Ma a essere realisti, quello della Fifa può essere sì un passo indietro, ma un passo indietro verso il futuro. La vendita ai privati delle quote della Fifa World Cup e degli altri tornei, infatti, è (sarebbe) solo un passaggio, un frammento sì eclatante ma pur sempre solo un tassello del mosaico machiavellico di Infantino. La sua gestione della cosa calcistica, appunto, è formata da molti altri elementi e, come rappresentato plasticamente dall’assegnazione dei Mondiali sotto la sua guida (2018 Russia, 2022 Qatar, 2026 Usa, Messico e Canada, 2030 Spagna, Marocco e Portogallo, 2034 Arabia Saudita), ricalca e a volte anticipa le direttrici della geopolitica e dell’economia globale. GLI INVESTITORI privati, tra cui nella fattispecie figurava anche la Thrive Eternal, il fondo a guida Joshua Kushner, fratello di Jared, genero di The Donald, dovranno solo attendere per mettere le mani sullo sport più influente del mondo. E l’attesa, tra l’altro, potrebbe essere lunga solo un annetto: giusto il tempo di un’altra rielezione dell’italo-svizzero, quella per il suo quarto mandato (in barba alla sua stessa riforma che sanciva come 3 il numero massimo di incarichi). Infantino tirerà dritto per un altro quinquennio, forte dell’endorsement di Trump che lo ha proposto addirittura come segretario dell’Onu post-Guterres; e forte anche delle amicizie salde con Putin, bin Salman, Al Thani, Netanyahu.


