Per troppo tempo abbiamo sottovalutato il nostro potere politico, ora ne stiamo riscoprendo il valore
PoliticaSecondo un recente studio, condotto nell’ambito della fisica teorica, l’informazione potrebbe diventare la quinta forma della materia, affiancando lo stato solido, liquido, gassoso e plasmatico. In seguito all’avvento del digitale, infatti, la quantità di informazioni di cui possiamo fruire – e quindi la loro presenza nel mondo in formato di bit e così via – è aumentata al punto da suggerire agli esperti l’ipotesi di poter aggiungere una nuova categoria materica a sé stante, in cui far rientrare le enormi moli di contenuti che ogni giorno attraversano i nostri smartphone e possono, potenzialmente, raggiungere la nostra attenzione. Per questo motivo le preoccupazioni sulla quantità, ma soprattutto sulla qualità e l’affidabilità delle molte informazioni a cui abbiamo accesso costante, è probabilmente una delle più pressanti del nostro tempo, anche a fronte delle possibili manipolazioni a cui esse possono essere sottoposte grazie alle nuove tecnologie. Eppure, in un presente apparentemente saturato dall’informazione, sono sempre più numerose le persone che, semplicemente, non si informano affatto; al contrario, fuggono consapevolmente dalle notizie, come è capitato di fare anche a me negli ultimi anni, quando mi è parso di non reggerne il peso emotivo. Sembra un fenomeno contraddittorio, ma in un momento storico in cui le informazioni a nostra disposizione sono numerose come mai prima d’ora, percepiamo sempre più la necessità di ignorarle, di sfuggirvi. Si tratta della “news avoidance” – o “news fatigue”: l’esigenza di evitare di essere troppo informati, e deriva in buona parte dalla preoccupazione che le news possano procurarci nuove e ulteriori ansie, per di più connesse a scenari su cui non abbiamo alcun controllo. A confermare l’entità del fenomeno è anche un recente report del Reuters Institute for the Study of Journalism sullo stato dell’informazione nel mondo, che ha esaminato i dati di 47 Paesi diversi, evidenziando come il 40% degli intervistati non sia interessato alle notizie, mentre il 39% si impegni a evitarle consapevolmente per non rimanerne scosso. Questa strategia di evitamento, che ci rivela quanto per molti di noi l’interesse per le news non sia un dato scontato, ma una condizione da ottenere lavorando per riequilibrare il rapporto tra stress e beneficio, fa parte di un generale ripiegamento sul piano civico e politico a cui abbiamo assistito negli anni recenti. Per chi è nato nella parte privilegiata del mondo occidentale, infatti, il lusso di considerare l’informazione non come la premessa necessaria di qualsiasi azione politica, ma come un interesse tra i tanti – al pari di quello che possiamo nutrire per lo sport o per il cinema –, ha rappresentato a lungo un’abitudine. Abbiamo imparato a dare per scontato il privilegio per cui possiamo scegliere di non sapere alcune delle cose che accadono nel mondo, senza che la nostra vita cambi in modo radicale, tanto da ridurre le questioni politiche a una forma di diletto che riguarda solo chi vi è interessato – anche se ovviamente, nei fatti, non è così. Questa cappa di disinteresse – o quanto meno di attenzione selettiva alla politica – rimasta intatta per anni sembra però essere stata scalfita di recente dalle notizie sulla guerra a Gaza, che hanno rappresentato una perturbazione incisiva, ridefinendo anche il rapporto che abbiamo con l’informazione politica e, di conseguenza, con il coinvolgimento che concediamo alle news che ci arrivano dal mondo. Da questo punto di vista, infatti, la news avoidance può essere considerata come parte di una tendenza generalizzata di “apatia politica”, che ha caratterizzato a lungo il mondo occidentale moderno. Con questo termine, già utilizzato dal filosofo tedesco Max Scheler nei suoi scritti sulla nascita del movimento fascista in Europa, si fa riferimento a una mancanza di coinvolgimento nel processo politico da parte dei cittadini, che porta questi ultimi a ignorare un aspetto fondamentale della democrazia – ovvero quello della partecipazione, della presa di posizione su alcuni temi –, nell’illusione che questa fuga e deresponsabilizzazione non abbiano alcun effetto diretto sulle loro vite, come se esistesse una sorta di scudo dato dalla neutralità. Secondo Scheler l’apatia politica si manifesta infatti in varie forme di disimpegno – dal non votare all’evitare discussioni su questioni politiche, passando per il non manifestare il proprio dissenso di fronte a un’ingiustizia – e rappresenta una sorta di inganno percettivo, che ci fa vedere le decisioni dei governi come qualcosa di lontano da noi, che probabilmente non ci toccherà mai davvero né interagirà con il normale andamento della nostra esistenza. Stando alla riflessione del filosofo, infatti, nei primi anni ‘20 del secolo scorso l’apatia politica avrebbe rappresentato uno dei fattori fondamentali nella radicalizzazione del movimento fascista, che era stato come sottostimato nella sua portata violenta e dispotica dai cittadini italiani, dato che questi, avendolo osservato nelle sue prime iniziative, non ne vedevano i potenziali rischi proprio perché non si sentivano toccati in prima persona da esse – come è accaduto per esempio con le leggi razziali, che hanno coinvolto dapprima soltanto alcune minoranze, per poi attecchire e allargarsi a gruppi sempre più ampi di persone, facendo sentire chiamata in causa la gran parte della cittadinanza quando ormai era troppo tardi. Creando un parallelo tra il periodo dell’avvento del fascismo e l’attuale virata a destra di molti Paesi europei, vari politologi ed esperti hanno dunque rispolverato il concetto di apatia politica, non solo per individuarne le principali cause – come il calo della coesione e partecipazione sociale all’interno di quartieri e città, il crescente scollamento tra elettori e classe politica, o anche il bias della cosiddetta “mean world syndrome”, derivante da una sfiducia nel futuro che ci porta a pensare che il mondo peggiorerà a prescindere dalle nostre azioni –, ma soprattutto per suggerire quanto le conseguenze di questo atteggiamento possano portare a una nuova situazione di estremo pericolo per la democrazia. La guerra a Gaza, in questo contesto, sembrerebbe però aver smosso lo stato di apatia e impotenza percepita che ci teneva in stallo da tempo, rappresentando uno shock collettivo che ci ha ricordato quanto la politica – gestita dal proprio governo e da quello di altri Paesi, in molte circostanze – sia qualcosa che plasma profondamente la nostra vita e che quindi non possiamo permetterci di ignorare. Sin dall’inizio del conflitto, infatti, ciò che stava accadendo in Palestina è stato definito come un trauma anche per la coscienza occidentale. Come ha scritto il giornalista statunitense Moustafa Bayoumi sul Guardian la guerra di Israele a Gaza “ha intaccato gran parte di ciò che noi – negli Stati Uniti ma anche a livello internazionale – avevamo concordato come accettabile, dalle norme che regolano la nostra libertà di parola alle stesse leggi sui conflitti armati”, determinando una situazione in cui “le fondamenta dell’ordine internazionale degli ultimi settantasette anni sono minacciate da un cambiamento negli obblighi che regolano le nostre responsabilità legali e politiche reciproche”. Ciò che ci ha in qualche modo traumatizzato anche a distanza, e che ha colpito il nostro immaginario rispetto ad altre guerre a cui abbiamo assistito negli anni recenti, riguarda infatti la palese ingiustizia di un popolo massacrato quasi senza difese, e che ha subito un trattamento che tradisce tutti i valori etici e politici su cui l’Occidente aveva deciso di ricostruirsi dopo la seconda guerra mondiale. Per questo, il trauma dato dalla promessa infranta, dal tradimento di valori che ritenevamo intoccabili, ci ha costretto a riconsiderare un fattore che abbiamo dato a lungo per scontato: la possibilità di scollegarci, di percepire l’ingiustizia di molte delle notizie che ci arrivano dal mondo come un rumore di fondo lontano invece che come qualcosa che ci riguarda, e di trovare comunque i cardini etici della nostra realtà là dove li avevamo lasciati, illesi. La rottura di un ordine valoriale che avevamo interiorizzato e che ha funzionato per generazioni come una garanzia di sicurezza, infatti, ci ha ricordato che la politica interagisce con le vite di tutti, anche di chi non se ne interessa, cambiando lo stato delle cose a nostro vantaggio o svantaggio. La guerra a Gaza ha quindi creato un precedente spaventoso, che ci ha fatto rendere conto di come sia facile ribaltare anche un ordine morale edificato su anni di storia, e pare aver risvegliato in molti di noi la volontà di difenderlo – come hanno dimostrato le numerose proteste a sostegno del popolo palestinese susseguitesi negli ultimi mesi. Nonostante il nostro sguardo sia stato a lungo offuscato dal privilegio del disinteresse politico, non possiamo permetterci di dimenticare che le decisioni guidate dalle ideologie dei governi determinano se le persone possano sposarsi, se riusciranno a permettersi un affitto, se avranno accesso all’assistenza sanitaria o se potranno vedere riconosciuta la propria identità e il proprio corpo. Scegliere di non partecipare a ognuna di queste decisioni non ci rende dunque “neutrali”, ma lascia solo il potere in mano a chi si approfitta del nostro cosciente disinteresse, lasciandolo prendere posizione al posto nostro. L’azione politica che parte dall’informazione e dal dibattito per poi riversarsi in atti partecipativi come il voto, la protesta e la manifestazione del dissenso non può dunque limitarsi a situazioni drammatiche come quella della guerra a Gaza, ma va ripristinata come un’abitudine che è nell’interesse di tutti. Non a caso, il sentimento che Scheler contrapponeva all’apatia politica è quello della “simpatia politica”: una spinta emotiva che funziona per contagio, portandoci ad avvertire la gioia o il dolore dell’altro come qualcosa che, in una certa misura, è sempre anche nostro. La simpatia che ci ha legato al popolo palestinese, infatti, ha rappresentato un’emozione profondamente pregna dal punto di vista politico, dato che ci ha ricordato quanto un’ingiustizia che lede chi ci sta attorno – per quanto lontano – non possa che arrivare, prima o poi, a toccare anche noi, a meno che non esercitiamo il nostro peso politico opponendoci a essa.

