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Caso Ranucci, confermati gli arresti. Ecco tutti i passaggi dell’indagine Rai
Roma/Politicadi Antonella Baccaro e Giulio De Santis
Resta l’accusa di metodo mafioso. Le verifiche del Comitato etico sulle puntate «nel mirino»
L’attentato nei confronti di Sigfrido Ranucci è stato condotto con metodi mafiosi. La ricostruzione della Procura è stata ora avvalorata dal Tribunale del Riesame, che ieri ha deciso di rigettare l’istanza avanzata dai difensori dei quattro indagati — accusati di aver fatto esplodere un ordigno davanti all’abitazione del giornalista di Report — di annullare l’ordinanza di misura cautelare.
Di conseguenza, rimangono in carcere Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone, mentre resta ai domiciliari Marica De Filippi. Le ipotesi d’accusa contestate agli indagati sono detenzione e porto di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. A ognuno di loro è anche contestata l’aggravante del metodo mafioso.
In attesa di leggere le motivazioni del provvedimento, va detto che ricorrono due aspetti tipici di questa circostanza aggravante, come sottolineato dalla Procura nel corso della discussione davanti ai giudici del Riesame. La volontà di intimidire il giornalista e l’organizzazione dell’attentato commissionata da un mandante. Nel corso dell’udienza non è stata esaminata la posizione di Valter Lavitola, per ora considerato dai pm proprio il mandante dell’attentato. Con cui però i quattro indagati — assistiti dagli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri — non hanno mai avuto alcun tipo di contatto.
Le decisioni prese ieri dall’autorità giudiziaria mantengono alta l’attenzione intorno al caso Ranucci sul quale vigila la Rai. L’apertura di un procedimento di verifica sulle inchieste di Report, decisa dall’azienda, non può che muoversi di pari passo con l’inchiesta, vagliandone gli esiti ma anche, strada facendo, il materiale che emergerà dal lavoro investigativo. È stato finora proprio questo a produrre le premesse per la verifica affidata al Comitato etico interno, che si muoverà sulla base delle segnalazioni relative a alcune inchieste su cui pende il dubbio che siano state indirizzate «strumentalmente». Si parla del servizio sul ruolo del deputato di FdI, Gerolamo Cangiano, di altri reportage che hanno messo nel mirino il partito della premier nel Lazio, di una inchiesta sugli stipendi dei leader sindacali.
Al Comitato spetta dare un primo parere sulla fondatezza della richiesta, perché poi la vera istruttoria è nelle mani di chi ne è competente per materia: prevedibilmente la direzione Approfondimento, diretta da Paolo Corsini. Sarà questa a controllare che le inchieste non siano state «inquinate» da fonti in qualche modo interessate. È normale che gli autori delle stesse vengano sentiti per fornire spiegazioni. Chiusa l’istruttoria, l’esito verrà comunicato al Comitato, che proporrà all’amministratore delegato dei provvedimenti o l’archiviazione. Non è possibile prevederne i tempi, ma poiché dall’esito di questo procedimento deriverà la permanenza di Ranucci alla guida di Report a novembre, non si dovrebbe andare oltre l’estate.
Tra i casi più recenti di ricorso al Comitato etico c’è stato, a giugno scorso, quello del conduttore Milo Infante che ha presentato un dossier formale a seguito di una serie di post polemici sui social network pubblicati dalla criminologa Roberta Bruzzone (all’epoca ospite ricorrente della trasmissione), ritenuti lesivi dei principi di correttezza del codice aziendale.
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