La resistenza delle donne afghane nel giorno delle celebrazioni taleban: “Nel 2021 abbiamo perso la felicità”
/lastampa/esteriUn silenzio irreale incombe sulle piste dell’aeroporto di Kabul. Cinque anni fa decine di migliaia di persone in fuga erano assiepate ovunque vi fosse un centimetro di spazio libero, con la speranza di salire su uno degli ultimi voli in partenza. Oggi le piste sono deserte, la folla è fuori dall’aeroporto, nelle strade della capitale. Si prepara ai grandi festeggiamenti dell’anniversario dell’abbandono americano, il tradimento che ha consegnato l’Afghanistan nelle mani dei talebani. Come ogni anno, il 15 agosto caroselli di auto e persone prenderanno d’assalto le strade, a migliaia andranno in giro a urlare che «Allah akbar», Dio è il più grande, anche se la miseria è a ogni passo. Sventoleranno le bandiere bianche e nere dell’Emirato islamico, accenderanno fuochi d’artificio davanti a quello che un tempo era uno dei principali luoghi del potere, l’ambasciata degli Stati Uniti. E attenderanno che il governo lanci fiori colorati dal cielo, anche se in molti preferirebbero del cibo perché vivono in una terra stremata, dove quasi la metà delle persone vivono sotto la soglia della povertà e circa 3,7 milioni di bambini rischiano di morire di fame. Ma la festa va onorata, quindi uomini, ragazzi – persino bambini – faranno il loro dovere. Le donne no. Nel giorno in cui i talebani le vorrebbero in strada, loro non ci saranno «Che c’è da festeggiare? Hanno distrutto le nostre vite», afferma Samira Azimi, 26 anni. Da un anno e mezzo gestisce una galleria d’arte insieme alle sorelle, una sorta di passatempo inoffensivo con cui il regime lascia che le donne possano tenersi impegnate. Era altro quello che Samira fino a cinque anni fa immaginava di fare. Aveva studiato Finanza, aveva anche superato un esame per lavorare in banca. «Poi sono arrivati i talebani e i divieti. Tutto quello che riguarda l’economia è diventato inavvicinabile per le donne». Samira non si è chiusa in casa come troppe altre afghane hanno fatto. Ha organizzato rapidamente un piano B per sé e per la famiglia, la galleria dove insegnano ad altre donne calligrafia e disegno. «Per ora il regime ci permette di avere almeno questo tipo di attività, ma viviamo in una eterna precarietà. Ogni giorno i talebani inventano un nuovo divieto per rendere sempre più difficile la vita delle donne. Sappiamo che prima o poi potrebbero colpire anche noi. E dovremmo anche celebrare il loro arrivo? Le afghane il 15 agosto restano a casa». «L’anniversario dell’inizio della tristezza? Dormirò tutto il giorno», sottolinea Manija Hussaini, 19 anni e un lavoro come commessa nel bazar Lisa Mariam, in un negozio di trucchi, cosmetici e altre merci che i talebani pensano siano appannaggio esclusivo delle donne. Fino a cinque anni fa anche lei andava a scuola e sognava una vita molto diversa. Voleva studiare medicina, curare le persone. Invece vende rossetti e creme, vive con i genitori e considera i fidanzati o, peggio ancora i mariti, come il male assoluto. «Se ho un lavoro è grazie a mio fratello che ha comprato questo negozio. In quanto donna, non avrei potuto farlo. Se mi sposassi correrei il rischio di perdere anche questa boccata di libertà che mi è concessa», dice. Alle due del pomeriggio a Kabul la temperatura sfiorerà i 40 gradi, gli uomini continueranno i caroselli nelle strade. Alcuni imbracceranno i mitra. Altri, pur di apparire armati, si accontenteranno di brandire con fierezza anche semplici spade di plastica. A quell’ora, in un altro quartiere, nella parte Nord della città, decine di afghane si infileranno alla spicciolata, per non farsi notare, in un appartamento al primo piano. Nessuna insegna, nessun citofono, nemmeno una targa o un nome incollato sulla porta. Loro però sanno dove andare. Scosteranno una tenda luccicante, unico segnale che permette di individuare l’ingresso, entreranno in un ampio appartamento pieno zeppo di donne. Alcune avranno i capelli ricoperti di schiuma, di shampoo, altre le unghie ricoperte di smalto ancora umido o gli occhi circondati da una nuvola di colori pastello. Ognuno di questi gesti è proibito secondo la legge dei talebani, se compiuto fuori casa. Marwa Habibi, 24 anni, proprietaria del salone di bellezza, prega di non dare alcun dettaglio sulla loro posizione. «Sono l’unica a lavorare e in famiglia siamo sette persone. Se ci chiudono, io finisco in prigione e mia madre e le mie sorelle in strada a fare la fame», spiega. Anche lei immaginava una vita diversa. Si era iscritta a Medicina poi le università sono state vietate alle donne e ha dovuto accontentarsi di un’attività clandestina. «Il 15 agosto? Per me non è una festa, e nemmeno per le mie clienti. È il giorno in cui abbiamo perso la felicità, sarò qui a lavorare. Festeggeremo quando la nostra terra sarà di nuovo libera». Dopo le cinque il caldo sarà meno asfissiante, i talebani ne approfitteranno per aumentare il numero di caroselli e inni ad Allah nelle strade. Imran Momand non si unirà a loro, anche se è un uomo. Non può lasciare incustodito il luogo dove lavora, il Museo delle Mine di Kabul. Con passione mostrerà ai visitatori il difficile lavoro compiuto dagli Anni 90 in poi per bonificare l’Afghanistan dalle mine. Più volte ripeterà che all’interno del museo ogni settimana 150 studentesse e studenti imparano come riconoscere le mine e a starne lontano. Una formazione necessaria in un Paese dove ancora una porzione del territorio è a rischio. «Sono centocinquanta, equamente divisi tra maschi e femmine», sottolineerà Imran Momand. Lui lo dirà con orgoglio. Ma c’è poco di cui essere fieri se, soltanto di fronte a una mina pronta a esplodere, le afghane conservano il diritto di essere trattate alla pari degli uomini.

