Lefebvriani, appello del papa per evitare l’onta dello scisma
Italia«Lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Rivelano la drammaticità del momento, le parole che Leone ha inviato a don Davide Pagliarani, superiore dei lefebvriani, affinché rinunci alle ordinazioni episcopali illecite che quest’oggi avranno come immediata conseguenza la scomunica dell’intera comunità residente ad Écône, nel Canton Vallese. Nemmeno i soldati romani, è il sottinteso di Leone, osarono dividere la tunica di Gesù dopo la sua morte, non fatelo voi: «Vi prego con il cuore – scrive Prevost – tornate indietro». «Prenda tempo per riflettere», è la lapidaria risposta di Pagliarani che non cambia lo status quo. NESSUN VESCOVO di Roma può accettare che uno scisma si consumi in seno al proprio pontificato. Così Leone, che vede nell’ostinazione degli ultratradizionalisti che già nel 1988 Marcel Lefebvre portò fuori dalla comunione, una macchia indelebile. Ratzinger provò a ricucire, nel 2009, revocando le scomuniche di Wojtyla, a dimostrazione di quanto la fuoriuscita pesi. Tuttavia, oggi ogni cosa ritorna al punto di partenza, dopo che per un intero pontificato anche Francesco aveva rinunciato a spingere sulle riforme e sulle aperture dottrinali per evitare la possibilità, che sentiva incombente, di uno scisma “da destra”. Écône è una fortezza di pietra e severità, una piccola città autosufficiente dove circa un centinaio di seminaristi vive in isolamento dal rumore della modernità. La quotidianità dentro il seminario – in tutto i membri sono più di mille fra religiosi e laici, con un seguito di fedeli stimato in mezzo milione di persone – segue ritmi ferrei, scanditi dal suono delle campane e da una disciplina di stampo monastico. I candidati al sacerdozio si svegliano all’alba e indossano la veste talare nera, che non abbandonano mai. Quattro volte al giorno si riuniscono nella Chiesa dell’Immacolato Cuore di Maria, consacrata per ospitare le grandi liturgie. Lì, tra fumi di incenso e canti gregoriani, si celebra esclusivamente il rito latino antico, baricentro identitario di tutto il movimento. ROMA OSSERVA questa vita da lontano, consapevole tuttavia di correre un duplice pericolo. Se resta non digeribile che una comunità cristiana che segue la dottrina della Chiesa così come si è sviluppata fino all’assise di metà Novecento, il Concilio Vaticano II, esca dalla comunione, la seconda e forse più grave minaccia risiede nel rischio di una implosione interna. E cioè che quei settori conservatori del cattolicesimo e del cristianesimo, più attigui a Lefebvre che al Papa, seguano l’onda cavalcando il dissenso e allontanandosi anch’essi dall’obbedienza. Se per anni, nei pontificati di Wojtyla e Ratzinger, la dissidenza era “da sinistra”, e cioè in teologi aperti alle novità che Roma non si sentiva pronta ad abbracciare, oggi la situazione è ribaltata. Chi si distanzia lo fa sul terreno opposto, contestando la Santa Sede perché troppo lasciva sulla dottrina. E nel solco di questa contestazione in diversi sembrano potenzialmente pronti ad abbandonare il carro della Chiesa ufficiale. I lefebvriani denunciano da tempo un’«apostasia spirituale» interna alla Chiesa, provocata da riforme conciliari su cui Roma non mostra alcuna intenzione di arretrare. Nel loro mirino ci sono, anzitutto, il riconoscimento di «semi di verità» nelle altre religioni, la demitizzazione del rito attraverso la messa in lingua volgare, accusata di aver protestantizzato la liturgia, il governo assembleare che democraticizza la struttura ecclesiale e, infine, l’accettazione della libertà religiosa nello Stato laico, che espunge il cattolicesimo come unica verità e fede di Stato. LA NOVITÀ DEL MOMENTO risiede anche nel modo in cui questa galassia strizza l’occhio alla società e alla politica più conservatrici. Il sostegno palese a figure come Donald Trump e JD Vance apre una faglia inedita, capace di trasmutare la disputa teologica in uno scontro di civiltà. Non è un caso che il portale ufficiale dei lefebvriani abbia tradotto e rilanciato l’intervista sulla conversione al cattolicesimo di Vance, né che in un editoriale dello scorso febbraio lo abbia descritto come il simbolo di una nuova classe dirigente a Washington, pronta a usare il cattolicesimo come codice identitario per rifondare la cultura americana. Mentre Trump attacca Leone per non averlo appoggiato nel conflitto in Iran, l’appoggio dei lefebvriani suona come un aperto atto contro il Papa. In sostanza Écône sembra offrire a Washington una sponda dottrinale per delegittimare il magistero romano. Ecco allora che si profila sia uno scisma teologico sia un asse politico-religioso. Da un lato una Casa Bianca che pretende di ridefinire i confini della civiltà occidentale; dall’altro, una minoranza cattolica radicale che si propone come l’unica custode dell’anima di quell’Occidente, contro una Roma accusata di aver tradito la sua stessa missione storica. E a dimostrazione di questa saldatura è di queste ore la notizia che oggi, alle ordinazioni di Ecône, saranno presenti esponenti del movimento neofascista italiano Forza Nuova, guidati dal segretario Roberto Fiore.










