Uil chiama Cgil e Cisl: l’unità smussa le critiche a Meloni
LavoroL’unità sindacale, che in tanti auspicavano per inchiodare il governo alle sue responsabilità sulla crisi industriale e salariale in cui è precipitato il paese, è stata raggiunta con tanto di foto tra i tre leader di Cgil, Cisl e Uil. Ma la critica all’esecutivo ha assunto toni smorzati, a tratti concilianti. Sotto la presenza benedicente della presidente del Consiglio: Giorgia Meloni è stata la guest star, giovedì, del congresso della Uil che si è concluso ieri con la conferma di Pierpaolo Bombardieri a capo della segreteria nazionale. L’EVENTO del sindacato è stato costruito intorno alla premier, con lo stesso copione degli ultimi due consessi Cisl. Accoglienza calorosa, mazzi di fiori, ovazioni, applausi dalla sala, vertice sindacale prodigo di complimenti verso l’esecutivo. «La Uil non sciopera più perché il governo ci ascolta», aveva detto giovedì Bombardieri nella sua relazione di apertura del congresso che si è tenuto a Padova. Per poi prodigarsi in lodi verso il decreto Primo maggio, come già fatto nei giorni dell’approvazione definitiva. In questo contesto, ieri Cgil, Cisl e Uil hanno comunicato di essere tornati “la triplice”: la linea è unica. «Il segnale più forte è questo: l’unità sindacale, ognuno di noi ha sensibilità diverse ma riusciamo a stare insieme di fronte ai tanti problemi che viviamo tutti i giorni e apriamo oggi una pagina diversa», ha detto il padrone di casa Bombardieri. L’ANSIA di ostentare la ritrovata concordia tra i tre sindacati principali ha fatto dichiarare alla leader della Cisl, Daniela Fumarola (fino a ora la più vicina a Meloni), che la sua organizzazione «non ha mai demonizzato i comportamenti, ci siamo confrontati anche alle volte in maniera aspra perché chiaramente ognuno di noi ha le proprie posizioni, ma abbiamo avuto la grandissima responsabilità di portare a sintesi tutti quegli elementi fondamentali per il mondo del lavoro ma che costituiscono anche un esempio di come bisognerebbe lavorare in questo tempo». LE DICHIARAZIONI ufficiali in cui accusava la Cgil di fare scioperi «ideologici», di essere «demagogica» e di voler «esercitare un’egemonia che esiste solo nella testa di qualche reduce del Novecento» sono lontani. E del resto anche il segretario nazionale del sindacato di Corso Italia ha usato sul palco della Uil toni molto distanti da quelli consueti e piuttosto simili a quelli avuti nel corso del confronto pubblico a due con il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, il 23 aprile scorso. «Tanti fuori di noi sono rimasti sorpresi e non pensavano che insieme saremmo riusciti a fare questa cosa – ha detto ieri Maurizio Landini – ognuno di noi ha le sue idee, ci conosciamo, ma il mio impegno è a stare uniti per cambiare la situazione». Anche sulla premier è stato meno spigoloso. Nella prima giornata del congresso, Meloni aveva prospettato un’apertura dell’esecutivo sulla detassazione dei rinnovi contrattuali. Landini ieri ha ribattuto: «Il problema non è se la porta di Meloni è aperta o no ma che sono vuote le borse della spesa. Tutti siamo capaci di dire delle belle parole, di fare delle promesse in campagna elettorale, il punto è cosa concretamente si fa». DAGLI ULTIMI MESI in avanti il quadro delle relazioni sta mutando. Si sono rafforzati come mai prima i rapporti tra sindacati e confindustria; tra l’associazione degli industriali e il governo, al netto delle recenti critiche, le relazioni restano solide. E tra governo e due su tre delle organizzazioni dei lavoratori maggiormente rappresentative (per tacere delle sigle minori, come Ugl, legate ai partiti della maggioranza) anche. Il guadagno delle destra su questa situazione è evidente: il sogno di ogni presidente del consiglio è conquistare i bacini di voti dei sindacati in vista delle prossime politiche. IL PATTO DI PADOVA si basa sulla piattaforma unitaria sulla contrattazione e la rappresentanza firmata due settimane fa. Bombardieri ha ribadito che i sindacati vogliono riunirsi a «un tavolo con le associazioni datoriali, stare chiusi non stop finché non viene raggiunto l’accordo, vogliamo cominciare a discutere da lunedì, siamo pronti». Intoppi non sembrano esserci e probabilmente sarà chiuso entro la fine dell’estate il tavolo sui rinnovi contrattuali, una mossa per fermare i contratti pirata delle sigle minori che alimentano la concorrenza ai grandi gruppi. Poi comincerà la discussione sulla manovra e non è detto che la triplice regga rispetto alla posizione verso il governo.


