Nel mare di Beaufort a caccia di microplastiche, che invadono anche l'Artico più remoto
Esteridi Lorenzo Cremonesi Come si misura lo stato di inquinamento nei mari dell'Alaska e le conseguenze per mari e ghiacci MARE DI BEAUFORT (Alaska settentrionale) - Come misurare lo stato di inquinamento da microplastiche nell’Artico, che pure è considerato uno dei mari più incontaminati del nostro pianeta? L’operazione pratica iniziale dura quasi tre quarti d’ora. Viene gettato in mare e trainato dalla barca in movimento (la velocità non supera i tre nodi) un bocchettone di metallo sorretto da due galleggianti, che gli addetti ai lavori chiamano «manta» per la somiglianza con il pesce che utilizza la grande bocca per ingerire plancton. Lo strumento sta in superfice e raccoglie in mezz’ora circa 80.000 litri d’acqua, che viene convogliata e filtrata in una manica microforata alla fine della quale residui confluiscono in un sacchetto rete che contiene il campione. Al termine si issa tutto a bordo, il contenitore viene essiccato e sigillato con il campione e alla fine del viaggio in Groenlandia verrà spedito ai laboratori della Ocean Eyes, la fondazione di monitoraggio degli oceani con sede a Ginevra che esaminerà il contenuto e condividerà i risultati con altri istituti internazionali. «Sono ormai parecchi anni che collaboriamo con Ocean Eyes. Abbiamo effettuato prelievi in varie località del Pacifico, tra le quali la tristemente celebre isola di plastiche nota come la Great Pacific Garbage Patch, che raccoglie un immenso accumulo di rifiuti galleggianti e microplastiche vasto almeno tre volte la Francia», racconta il nostro capitano Alberto. A occhio nudo ciò che si vede qui nel mare di Beaufort pare molto meno impattante dei garbugli di plastiche e frammenti di reti da pesca in nylon che la barca di Alberto aveva raccolto poche settimane fa nel Mare di Bering e lungo il le rotte del nord Pacifico. «Ma in verità è molto presto per dire. Soltanto i laboratori potranno fornirci risultati scientifici affidabili sui campioni filtrati dell’acqua», spiega. È comunque un fatto che gli studi degli ultimi decenni hanno dimostrato la crescita della presenza di microplastiche purtroppo anche nell’Artico più remoto. Pare che le fibre sintetiche, in particolare il poliestere, si attacchino ai ghiacci, che funzionano da accumulatori e seguono le correnti. Alberto sostiene che la scelta di avere gettato la Manta di bordo proprio di fronte a una delle zone artiche più costellata di piattaforme di estrazione del gas e del greggio delle compagnie petrolifere americane, come Hilcorp, ExxonMobil e ConocoPhillips, sia puramente casuale. Ma è un dato che dopo una decina di giorni di navigazione dal porto di Nome questa è la prima area dove vediamo la presenza di giganteschi impianti industriali di estrazione di idrocarburi che operano nel più grande giacimento di tutto il continente nord-americano. Più lontano, verso la zona delle grandi pianure alluvionali e lungo poche strisce di sabbia, avevamo scorto a fatica col binocolo antenne e radar militari che provano la crescita della presenza nella regione dell’esercito statunitense in risposta all’intensificarsi delle attività russe e cinesi nell’Artico nord-orientale. Le comunità degli abitanti locali sono in genere divise tra sostenitori e oppositori delle compagnie petrolifere, le quali dal 1976 ricambiano versando a tutti indistintamente i residenti dell’Alaska circa mille dollari di sussidi annuali a persona (nel 2022 sono arrivati a ben 2.621 dollari a testa). Non mancano aiuti per le municipalità. Quella del villaggio di Kartovik, dove ci stiamo dirigendo, conta meno di 300 abitanti, ma ha ricevuto in regalo una grande piscina riscaldata e altri contributi per le strutture pubbliche. Anche la piccola baia di Cross Island, dove ci siamo temporaneamente ridossati per una notte e dalla quale si vedono almeno quattro isole artificiali estrattive irte di torri e ciminiere, ospita alcune capanne che fungono da campo estivo per i locali cacciatori di balene finanziato dalle compagnie petrolifere. Il progressivo scioglimento dei ghiacci faciliterà inevitabilmente lo sviluppo dei campi di trivellazione con nuove strade e terminali portuali. Donald Trump lo aveva voluto già durante il primo mandato. Poi Joe Biden aveva congelato l’intero progetto di sfruttamento intensivo dell’energia dell’Artico. Ma il 17 dicembre 2025 ancora Trump ha revocato quei divieti, allargando tra l’altro i diritti di estrazione a ulteriori cinque milioni di ettari di zone che erano state dichiarate protette in precedenza. Non mancano gli oppositori. Le organizzazioni ambientaliste danno voce ai locali che temono la fuga degli animali come caribù, renne e la fauna più piccola. Anche le balene potrebbero cercare nuove rotte, mettendo a rischio forme di vita e sostentamento dalle tradizioni millenarie.