Caso Ranucci, la destra non vedeva l’ora di vendicarsi e Lavitola gli ha dato due mani
In evidenzaCaso Ranucci, la destra non vedeva l’ora di vendicarsi e Lavitola gli ha dato due mani | In In In evidenza | Di Di Andrea Aloi Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email Si ipotizza, sospetta, insinua. Non era un attentatuni da mafia assassina, va bene, comunque l’attentato de noantri il fustigatore Ranucci se l’è imbandito da solo con la fattiva complicità del ristoratore Lavitola per farsi martire e forse pure candidabile nel campo largo. Che disastro. Sigfrido, stimatissimo collega, chi te l’ha fatto fare? Come poter solo immaginare che l’amicizia con Lavitola (“un amico fraterno”: perbacco) era scevra di secondi fini? Proprio tu, che, se non conosci personalmente i doppifondi del malaffare economico e o politico, li indaghi, sveli, condanni dal tribunale televisivo? Che sicuramente hai piena contezza del palmarès giudiziario, manipolatorio e intrallazzante del tuo amico (pensiamo, ormai, amico con molte virgolette)? Certe frequentazioni e cene lasciano tracce. Archiviate e tenute in serbo per i momenti giusti. Storia di un mediatore di inciuci al servizio di Berlusconi Valter Lavitola, note salienti. Salernitano, classe ’66 e subito, appena maggiorenne, lo stigma di un destino d’ambiguità: si iscrive a una loggia massonica. Il cursus honorum vede una laurea in Scienze Politiche (autentica, mica è, nel suo genere, una meteora alla Maria Rosaria Boccia), poi l’iscrizione al Psi da infeudato alla appetitosa corrente craxiana. Dagli anni Ottanta passa ai Novanta della Seconda Repubblica mantenendo intatta una lubrificata capacità di “contattista”, mediatore di inciuci e arrampicatore offrendo servizi a Silvio B., segnatamente nell’ignobile caso della compravendita di senatori utile a ravvivare, nel 2007, le sorti del Cavaliere e affondare il governo Prodi II. Con lui l’ex senatore Sergio De Gregorio, piccola eppure ingombrante eminenza grigia di scuola napoletana e direttore dell'”Avanti!”, di cui Lavitola è diventato proprietario. Altro che strana coppia: fatti l’uno per l’altro. Il nostro cercherà di farsi eleggere sfruttando le sue entrature presso Berlusconi, incontrando però l’opposizione di Niccolò Ghedini, avvocato principe del Caimano, e di Gianni Letta, il Richelieu di Arcore, uno che sempre ha mostrato di sapere il fatto suo, poche parole e radici profonde nel Deep State. Ora, perché Ghedini e Letta avevano chiuso le porte in faccia al mestatore salernitano? Annusavano molto probabilmente la discreta valanga di guai giudiziari che l’avrebbe investito, fra truffe internazionali e ai danni dello Stato sui fondi dell’editoria per più di 23 milioni di euro. E come definire, se non vendetta calibrata da astuto frequentatore di ogni mondo di mezzo, la tentata estorsione di cinque milioni al generoso patron delle famose “cene eleganti”? Tu paghi e io non divulgo certe cosette sul giro di escort messo in piedi da Gianpi Tarantini – un altro arcitaliano un po’ faina e un po’ temerario – ai tempi sotto esame della magistratura barese. Risultato, tre anni di galera per Valter, che voleva ferire e fu ferito. Perché ci sono i faccendieri-sughero – o peggio – che galleggiano sempre, alla Flavio Carboni, alla Francesco Pazienza ex agente dei servizi, signorotto oscuro di trame nere. E quelli molto meno sulfurei che ogni tanto vanno sott’acqua. Ma ci riprovano, forti di qualche entratura. Alla Lavitola. E sì, perché quando si viene collegati a un giro di presunte tangenti per una commessa di fregate (quale nome fu più adatto?) in Brasile con in mezzo Finmeccanica, o è una voce falsa messa in giro per accreditarsi come mener de jeu ad alto livello oppure si hanno a disposizione tentacolini lunghi e prensili. Del resto mostrati nel settembre 2010, quando “L’Avanti!”, antica e onorevole testata ormai prostituita da Lavitola e ridotta a mesto foglio del do ut des, pubblica in esclusiva i documenti ufficiali dello Stato caraibico di Saint Lucia nelle Piccole Antille che individuano in Giancarlo Tulliani, cognato dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, già leader di Alleanza Nazionale, il titolare della società offshore creata ad hoc per schermare l’effettiva proprietà di un appartamento a Montecarlo, acquistato sotto costo. Ammanicato col ministro caraibico, Lavitola gli garantisce che terrà segreto l’affaire quindi regolarmente lo pubblica. Vulnus pesante a Fini, in rotta con Berlusconi. Un altro servizietto non sufficiente però, si è visto, per accreditarlo ad Arcore. Sigfrido, chi te l’ha fatto fare ad avere un amico così? Sigfrido Ranucci, stimatissimo collega, chi te l’ha fatto fare? Le destre non vedevano l’ora di mettere davanti a un ventilatore da set cinematografico una bella montagnetta di guano, perché “Report” non guarda in faccia nessuno e a sinistra i pizzicati tacciono o talvolta di vergognano ma al fronte opposto piace molto la vendetta, agevolmente praticabile a melonismo imperante, un milieu dove le inchieste sotto copertura (vedi i saluti al duce dei pulcini di FdI) sono considerate delazioni o spiate da infami. Intanto le repliche di “Report” sono state sospese dai vertici Rai, poi si vedrà. Pd e Avs se ne dolgono e c’è chi a ragione ricorda che Ranucci è pur sempre parte lesa. Mentre, dice il conduttore, imporre lo stop “per cautelare un marchio aziendale è una decisione che rischia di avere la stessa lettura che le bombe davanti casa mia siano state messe per amore”. E mentre a “Libero” e al “Tempo” si gongola, i Fratelli d’Italia e amici vari inzuppano fior di biscottini, hanno in canna un esposto per “vederci chiaro”: quali rapporti intercorrono tra Ranucci e Lavitola? E quest’ultimo è implicato per caso in qualche inghippo col business delle fonti rinnovabili nel Lazio? Una manna dopo una sequenza di dimissioni e figuracce in casa loro, da Sangiuliano a Delmastro a Santanché. Gli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia sull’attentato a Ranucci del 16 ottobre 2025 a Pomezia, reputano Lavitola – ora ai domiciliari – il mandante, sulla schiena l’accusa di strage. Hanno in mano cellulari e pen drive del faccendiere, con chat e messaggi che “fotograferebbero” il contesto delle bombette, esplose con danni solo all’auto di Ranucci ma potenzialmente devastanti (sarà poi vero?) e piazzate da quattro spicciafacende malavitosi probabilmente legati alla camorra e già arrestati. A far da tramite fra Lavitola e la bassa manovalanza – pagata per piazzare gli ordigni poche migliaia di euro – tal Gomes Celesio Tavares, camerunense, ex guardia del corpo dell’influencer e tiktoker napoletana Rita De Crescenzo (Welcome to Meraviglia!), schizzato in Africa appena l’aria si è fatta pesante. Lavitola ha commissionato lo scorso giugno sondaggi piuttosto artificiosi e orientati sul gradimento di Ranucci come eventuale leader della sinistra, che ha negato qualsiasi intenzione di scendere in campo. E definito “vergognose congetture” le voci di qualsiasi condizionamento su “Report” da parte di Lavitola, pronto invece a sostenere di aver ammorbidito in diverse occasioni i nemici di Ranucci. Basta chiedersi “cui prodest” per capire il mistero Millanterie? Il classico e sempre necessario “cui prodest” sembra portare dritti a chiunque volesse indebolire la posizione, in Rai e nell’opinione pubblica, del conduttore, che nel pasticciaccio figura come vittima insieme a “Report”. E si avverte un certo qual aroma di apparati, in chiaro o in nero, dei servizi. O almeno di persone che sanno abilmente costruire “evidenze” utili a condizionare il discorso pubblico, dal Ranucci manipolatore e finto bersaglio in avanti. Detto che Giano Bifronte a cospetto di Lavitola è un dilettante, quando mai degli attentatori e i loro mandanti-referenti si scambiano mail? Gli ordigni di Pomezia paiono messi lì solo per fare rumore e venir scambiati per avvertimento in una sequenza di dilettantismi da “soliti ignoti” presto catturabili. La nostra magistratura ha saputo in passato smascherare fior di gaglioffi, a partire dall’Igor Marini accusatore da burla di Prodi, Fassino, Dini eccetera nel caso Telekom Serbia. Ora ha di fronte in Lavitola una personalità sfaccettata, che sa dire e non dire e forse ha qualche protettore. Quasi contemporaneamente all’ex proprietario dell'”Avanti!”, è salito ai disonori della cronaca il cattolicissimo ex parlamentare Massimo Adinolfi, pokerista e scommettitore, tra i fondatori del Popolo della Famiglia e attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di truffa aggravata, basata, dicono gli inquirenti, sulla raccolta di denaro da investire in scommesse sportive collettive, denaro mai interamente restituito. Un altro esemplare della fauna italica, pronto a mixare azzardo, rastrellamento di denari con causale “Cristo Regna” e indignato stupore per la curiosità della Guardia di Finanza. Ma adesso lui è ben squadernato, patente, uno dei millanta nostrani nel Popolo dei Tengo Famiglia. Lavitola, per contro, recita in un teatro dove si muovono ombre, ha ancora molto da svelare. Per questo è più pericoloso e ricattante. E quindi a rischio. Non solo di finire un’altra volta dietro le sbarre.


