Cara Serra Yilmaz, cara Istanbul
AliasDi Serra Yilmaz sulla versione italiana di Wikipedia si dice che è la musa di Ferzan Özpetek, e di certo la sua fama in Italia, dove risiede da diversi anni, è legata soprattutto ai suoi ruoli nei film del regista di Le fate ignoranti. Ma in Turchia l’attrice è una figura di riferimento della scena teatrale per avere lavorato a lungo, anche come drammaturga e regista, al Teatro Municipale di Istanbul. Al luogo in cui è nata e cresciuta, e dove ha fatto le sue prime esperienze con la compagnia Dostlar, Serra Yilmaz resta comunque legata, come testimonia il memoir che ha da poco pubblicato per Rizzoli, Cara Istanbul (pp. 208, euro 20), in cui i ricordi personali si intrecciano alle descrizioni della città sul Bosforo, com’era negli anni ’60 e ’70, prima del boom demografico che l’ha resa una delle metropoli più popolose al mondo. All’attrice e regista abbiamo rivolto alcune domande in occasione dell’uscita del libro. Il tono di «Cara Istanbul» è molto diretto, quasi si trattasse di una conversazione con i lettori. Tra l’altro, nel libro non figura il nome di un traduttore: lo ha scritto direttamente in italiano? Certo, da anni l’italiano per me non è più una lingua straniera: addirittura, quando sono qui, penso in italiano, e dunque è evidente che se una casa editrice mi propone di pubblicare un libro in Italia, scrivere in turco non avrebbe senso. Ma riguardo allo stile, dico subito che non mi considero una scrittrice. Per definirmi tale, per come la vedo io, dovrei inventare dei personaggi, mentre nel mio libro scrivo di me, delle cose che ho visto e ho vissuto. Insomma, sono una affabulatrice, una che racconta storie. Quindi, il mio è davvero un libro «parlato», e l’obiettivo era proprio che suonasse come una conversazione, anche se naturalmente, finita la prima stesura, ho cercato di organizzare quello che avevo scritto in modo strutturato. Nel libro lei cita un’installazione di Sophie Calle, che lavora molto sull’idea della scoperta, per introdurre il tema dello stupore. Quanto conta lo stupore nella sua vita e nel suo lavoro? Pensa sia possibile coltivarlo? Lo stupore è importantissimo, e lo diventa sempre di più con l’età, perché andando avanti abbiamo la tendenza a perderlo, più niente ci stupisce. Invece rimanere giovani nella propria testa significa mantenere la capacità di sorprenderci. Se lo stupore si possa coltivare non saprei, ma conservarlo sì, attivamente, anche se credo che certe persone fin dalla nascita siano più predisposte. Parlando del hammam, nel libro lei scrive che oggi andarci è «un’esperienza da provare», mentre un tempo era una necessità. Si è perso qualcosa? L’unica volta che sono stata portata al hammam da bambina è stata appunto per necessità: si era guastata la rete idrica e per qualche giorno non abbiamo avuto acqua. C’era però chi ci andava per puro piacere. Per le donne della generazione di mia nonna era un divertimento: si lavavano, mangiavano, ballavano, facevano musica. Era un momento di grande rilassamento e di socialità, perché ci andavano in gruppo. Adesso le donne turche non ci vanno quasi più, sono luoghi perlopiù frequentati dai turisti. In «Cara Istanbul» lei dedica molte pagine al cibo. Secondo alcuni, le grandi tradizioni gastronomiche hanno quasi sempre alle spalle un impero, e la cucina turca ne sarebbe un esempio. È d’accordo? Assolutamente sì, la cucina turca è ricchissima, ma purtroppo in Italia, quando se ne parla, si pensa solo al döner, ma il döner, e in genere tutto il cibo speziato, è una cucina di frontiera, proveniente dalla Siria, dal Libano. Io da bambina l’ho scoperta a sette, otto anni, quando ha aperto il primo kebab nel nostro quartiere. Per noi era esotico come un ristorante cinese, era una cucina che non conoscevamo affatto. I cibi tradizionali di Istanbul sono totalmente diversi. Rispetto alla sua infanzia la città è cambiata molto. Quali sono le trasformazioni che la colpiscono di più? Sicuramente è cambiato il modo di vestirsi: un tempo, per andare a Pera gli uomini si mettevano la giacca, la cravatta e il cappello, oggi non più. Ma a proposito del vestiario, e in generale, una cosa che mi colpisce è che più certe donne si coprono, più altre si svestono, e la cosa curiosa è che vedi una ragazza che si copre la testa accanto a una che porta la minigonna. E questo mi piace, perché vuol dire che c’è tolleranza, rispetto reciproco. Anche nella stessa famiglia a volte hai una sorella che si copre e l’altra no. Avendo una conoscenza diretta e prolungata della vita culturale di Istanbul, cosa ne pensa oggi? Istanbul è sempre una città vivacissima a livello culturale, ci succedono mille cose contemporaneamente. Per quanto riguarda il teatro, purtroppo è sempre più difficile operare, perché le sovvenzioni sono sempre di meno. Malgrado questo, però, i giovani cercano i mezzi per fare teatro e ci riescono. C’è una grandissima effervescenza, una vita che resiste e sopravvive. In Italia, però, se ne sa poco: per esempio, un regista cinematografico come Nuri Bilge Ceylan, pluripremiato a Cannes, in Italia è semisconosciuto. Come mai, secondo lei? L’Italia non è un paese aperto al mondo, la Francia lo è molto di più: per questo Ceylan lì è famoso e qui no. E non si tratta solo del cinema. Le do un piccolo esempio: quando dico ai miei amici italiani «ti porto dei lokum», mi chiedono cosa sono. In Francia non mi è mai capitato, neanche tanti anni fa, quando studiavo lì. L’Italia resta un paese tendenzialmente conservatore, nel cibo come in altri ambiti. D’altra parte, in Italia ho avuto e ho tante opportunità di lavoro, e per questo mi sono trasferita qui. A proposito di «disattenzioni», in Italia ma non solo qui, l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu nel 2025 ha suscitato reazioni molto flebili. Come si spiega questa mancanza di solidarietà internazionale? I tempi sono cambiati: c’è una tale quantità di guai in tutti i paesi europei che ognuno si è chiuso su sé stesso. Non esiste più quel senso di solidarietà che c’era un tempo, quando si facevano tante manifestazioni anche per quello che avveniva in altri paesi. Per fortuna ci sono delle eccezioni, politici che si muovono e che fanno campagna per la Turchia, come Dario Nardella, a cui sono molto grata – ma si tratta appunto di eccezioni. D’altra parte, in Italia non c’è mai stata grande solidarietà per la Turchia – molto di più con l’Iran, perché in Italia ci sono molti esuli iraniani, mentre i turchi in Italia sono relativamente pochi. Tornando alla sua carriera: nel libro lei cita Brecht come un’influenza importante. Come si concilia questa radice con la sua collaborazione con un regista tanto diverso come Özpetek? Un attore fa di tutto. Io adoro Pasolini, lavoro con Pasolini, poi un giorno mi arriva una proposta da De Sica. Cosa faccio, non la accetto? Per un attore il lavoro è così. Gli capita di lavorare con chi ha più affinità e con chi ne ha meno. Se c’è un vero conflitto con il regista, si finisce tagliati al montaggio. A me è già capitato due volte: in un caso sono stata io a lasciare il set, perché il regista non aveva il minimo rispetto per gli attori, ci convocava alle nove di mattina e arrivava a mezzogiorno, così un bel giorno me ne sono andata e nessuno mi ha richiamato; nell’altro caso, con il regista c’è stata un’antipatia immediata e alla fine del lavoro ha tagliato le mie scene, ma è rimasta una scena in cui si vede la mia testa alla finestra. Di recente un giovane attore di talento, Paul Mescal, ha detto di sentirsi responsabile solo verso il personaggio che interpreta. È d’accordo? No, penso ci sia una responsabilità verso il personaggio, ma anche verso il regista. E verso il pubblico, ovviamente, anche se quello che arriva al pubblico passa attraverso il filtro del regista. Preferisce fare la regista o l’attrice? Adoro tutto, recitare a teatro e al cinema, ma probabilmente mi piace di più fare la regista a teatro, perché è facendo regia sulla scena che si impara di più sul mestiere di attore. È lì che capisci come ti devi muovere. In «Istanbul» Özpetek è quasi assente, pur essendo una figura centrale nella sua carriera. Come mai? Con Ferzan ci siamo conosciuti nel 1997, e il libro non arriva così avanti. E poi noi ci vediamo soprattutto in Italia, non avrebbe avuto senso inserirlo in un libro su Istanbul.

