La campagna d’odio online contro l’Argentina ai mondiali
Post6 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. In una pagina bellissima di Una volta l’Argentina, lo scrittore Andrés Neumann racconta il patriottismo della sua bisnonna Lidia, una lituana poverissima emigrata a Buenos Aires all’inizio del ’900. «Se mio padre protestava per la situazione del paese [...] Lidia aggrottava la fronte, ravvivava dietro gli occhiali un antico fuoco azzurro e ribatteva tsk, tsk!, non toccarmi l’Argentina, senti un po’, questo è un paese generoso, vacci piano, eh, non toccarmi l’Argentina». Di madre franco-spagnola e padre russo-lituano, Neumann ripercorre nel romanzo non solo le vicissitudini intercontinentali della sua famiglia, ma più di cent’anni di storia del paese. Lo racconta nella sua accoglienza impareggiabile e nella brutalità delle sue dittature, ci mostra il suo volto meticcio e la violenza dell’operazione Condor, il sistema di terrore di Stato sostenuto dalla CIA. Restituisce il ritratto di una terra contraddittoria per costituzione, capace al tempo stesso di metterti in salvo o costringerti alla fuga. È una storia familiare, la stessa che molti argentini racconterebbero a uno straniero sufficientemente curioso. Ma nelle ultime settimane, sui social network ha trovato risonanza a una narrazione diversa. Secondo questa versione, l’Argentina sarebbe un paese razzista e pericoloso, il soggetto politico più spregevole dell’America Latina: una retorica che, secondo diversi osservatori nel paese, non sarebbe del tutto innocente. L’ipotesi di una campagna orchestrata È iniziato tutto con i mondiali di calcio, ma la questione travalica la competizione sportiva. A seguito di alcuni canti della tifoseria argentina, i social sono stati inondati di contenuti incondizionatamente critici dell’intero paese. Partiti da X, questi contenuti sono stati successivamente diffusi anche su Instagram e TikTok. E si sono tradotti in fretta in una spirale di veleno. C’è chi trova sospetta l’assenza di giocatori neri dalla selección. C’è chi ritrae gli argentini come generalmente superbi e razzisti, un fatto confermato, leggiamo, dal comportamento di alcuni tifosi. C’è chi ritiene il paese una succursale di Israele. Perfino star come Eric André e Samuel Jackson si sono unite alle critiche, definendo l’Argentina come «uno dei paesi più razzisti del mondo, se non il più razzista». E non si tratta di casi isolati. «Gli schemi sono inequivocabili», spiega a Valigia Blu Facundo Sagarnaga, dottorando in comunicazione e giornalismo digitale presso l’Università federale di Bahia. «Ripetizione di messaggi identici su migliaia di account, profili privi di storia calcistica, evoluzione sincronizzata delle narrazioni e momenti di pubblicazione coordinati. Non si tratta di una folla che si esprime in modo spontaneo, bensì di un’operazione che presenta chiari segni di organizzazione». Sagarnaga non è l’unico a guardare all’ondata di odio con sospetto. Dopo aver analizzato quasi trecentomila contenuti pubblicati su X, l’antropologa dei media digitali Mercedes Maspero è giunta a conclusioni simili. Secondo Maspero, la diffusione ha potuto contare su due propulsori. Da un lato ci sono gli utenti reali: di questi, una parte sono persone di buone intenzioni, sinceramente indignate dai cori e incattivite dalla campagna, e un’altra opportunisti alla ricerca di visualizzazioni facili. Ma dall’altro lato ci sono i bot, facili da identificare grazie a schemi di comportamento ripetuti. «Ciò che l’ha smascherata come campagna automatizzata è stato il fatto che la stessa frase [esseri umani disgustosi] compariva tradotta in varie lingue su account che, in teoria, appartenevano a utenti locali. Si tratta del classico modello “copia-incolla” tradotto tramite uno strumento automatico». Perché una campagna d’odio? Sulle origini della campagna, Sagarnaga e Maspero rimangono cauti: in assenza di un’inchiesta giornalistica ufficiale, non è ancora possibile determinare chi ci sia dietro i contenuti di odio e quali fossero le intenzioni. Ma la stampa di opposizione ha già mosso le sue ipotesi. «È sorprendente che tutto ciò stia avvenendo in un contesto geopolitico critico», osserva la rivista operaista Agitación. «Mentre gli Stati Uniti tornano a definire la nostra regione il loro “cortile di casa” e Javier Milei cede a mani straniere zone strategiche come la Via Navigabile Paranà-Paraguay, oltre a vaste distese di territorio che comprendono fiumi e laghi». È vero che l’Argentina si trova in uno dei momenti più delicati della sua storia recente, segnato da un lato dalle mire delle élite politiche e tecnologiche statunitensi, e dall’altro dalla totale connivenza del governo con queste ambizioni. Già nell’aprile 2026, a seguito di una visita nel paese di Peter Thiel, il capo di gabinetto Manuel Adorni dichiarava: «I miliardari di tutto il mondo che vogliono fuggire da paesi sempre più regolamentati, con tasse sempre più elevate e Stati che perseguitano i propri cittadini sono i benvenuti nella Repubblica Argentina, la nuova terra della libertà». In linea con questo progetto, a partire dalla sua elezione Javier Milei ha fatto della deregulation una priorità di governo, privatizzando numerose industrie chiave, smantellando ben tredici ministeri e impegnandosi a liberalizzare l’acquisto di terre da parte di cittadini stranieri, che una legge del 2011 limita al 15% per provincia. Con il progetto di “Ley de Inviolabilidad de la Propiedad Privada” che il Senato ha discusso il 6 agosto, puntava a cancellare gli ultimi limiti rimasti, aprendo le porte a magnati tecnologici come Thiel, che vedono nella Patagonia un’enclave strategica per piazzare i loro data center. Un progetto pericoloso per le risorse naturali del paese, fermato solo dalla convergenza delle opposizioni. Secondo la stampa di opposizione, dipingere l’Argentina come un paese indegno di solidarietà – un paese che appoggia in pieno le dinamiche che subisce – renderebbe più facile desensibilizzare l’opinione pubblica internazionale alla cessione di sovranità, delegittimando eventuali resistenze. Come si legge sul quotidiano kirchnerista Página/12: «[la campagna serve] a disumanizzarci, in modo che, quando verranno a completare l’invasione e a saccheggiarci, a nessuno importi nulla». La risposta degli argentini La campagna d’odio ha risvegliato paure antiche nella società civile argentina, memore delle ingerenze spesso subdole che hanno segnato la sua storia recente. Sia per numero che per viralità, la diffusione dei contenuti è stata infatti così eclatante da mobilitare ampi pezzi di cittadinanza. Giornaliste e agenti di viaggio, insegnanti d’inglese e dj professionisti: persone di ogni estrazione e formazione hanno fatto sentire la loro voce per combattere gli stereotipi. «La diversità in Argentina non ha il volto che in molti potrebbero aspettarsi», dichiara sul suo profilo instagram l’attivista afro-argentina Julia Cohen Ribeiro. Ed è solo una delle tante voci afroargentine o creole che si sono espresse negativamente sui contenuti virali. C'è chi fa notare che l'Argentina è un paese meticcio, che ha abolito la segregazione razziale all'inizio della sua storia postcoloniale, e che proprio per questo non può essere letta attraverso le lenti etniche del Nord del mondo. C'è chi ricorda che ancora oggi ha una delle leggi sulla cittadinanza più flessibili al mondo, e accoglie oltre un milione di migranti, in gran parte provenienti da Venezuela, Paraguay, Bolivia e Perù. E anche tra quanti ritengono che sia veramente arrivata l’ora che l’Argentina riconosca il razzismo delle sue classi dirigenti, su una cosa sono tutti d’accordo: a guidare la conversazione non dovrebbero essere influencer provenienti soprattutto dal Nord del mondo, mossi dalle logiche di un algoritmo che non è affatto innocente. I pericoli dell’algoritmo dell’odio Presa nel suo insieme, la reazione della stampa e dell’opinione pubblica racconta la verità più grande sull’identità del paese oggi. In totale contrasto con quanto divulgato sui social, l'Argentina sa di essere un paese del sud, vittima delle stesse dinamiche di sfruttamento e marginalizzazione dei suoi vicini. Ed è, sicuramente, ancora il paese che raccontava Neumann: quello che ha messo in salvo la sua bisnonna Lidia, quello che oggi accoglie chi fugge dalle favelas di Caracas e Lima, ma anche quello delle operazioni segrete, dei governi fantoccio dalle alleanze discutibili, la democrazia fragile minacciata dai giganti del nord. Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. HP Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a : Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a [email protected] . Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it. Che la campagna di odio sia orchestrata o no, la facilità con cui è riuscita a fare di un paese così complesso un nemico globale rappresenta una minaccia che va oltre i confini argentini. L’episodio dimostra, per l’ennesima volta, quanto sia facile avvelenare il dibattito pubblico quando questo avviene su piattaforme disegnate con questo preciso proposito. È il sintomo di un'epoca in cui la reputazione di 46 milioni di persone può essere sacrificata sull'altare di un algoritmo. E chiunque sia a trarre vantaggio dai contenuti, sappiamo con certezza chi ne sarà danneggiato. Forse, prima di unirsi alla prossima ondata di odio, sarebbe bene domandarci a che bisogno stiamo rispondendo. E chiedersi chi, davvero, pagherà il conto di tanta semplificazione. Immagine in anteprima: frame video YouTube

