Arrigo Levi, la missione del giornalismo
/lastampa/culturaIl più internazionale e poliedrico tra i grandi giornalisti italiani del secondo Novecento, Arrigo Levi, nasceva a Modena cent’anni fa. Cronista radiofonico della Bbc a Londra, popolarissimo conduttore del Telegiornale Rai durante la guerra dei sei giorni e l’insanguinata primavera di Praga, corrispondente del Corriere della Sera da Mosca, diventa inviato speciale poi direttore della Stampa, con una rubrica sul settimanale americano Newsweek e frequenti articoli di fondo sul quotidiano inglese Times. Lasciata Torino, riprende un’intensa attività televisiva alla Fininvest fino a quando sarà consigliere di due presidenti della Repubblica: Ciampi e Napolitano. I quattordici anni al Quirinale, pur molto attivi, sono il porto sereno di un’esistenza dura e movimentata. Nascere con quel cognome in Italia nel 1926 significa incappare a dodici anni nelle leggi fasciste antiebraiche. Arrigo scappa con la famiglia in Argentina. Salva la pelle, ma assaggia un’altra dittatura, quella di Perón, che nel 1945 lo arresta per aver partecipato a una manifestazione del Movimento studentesco. Ha già siglato il primo articolo su Italia Libera, giornale degli esuli antifascisti. Lo contagia il virus del giornalismo. Rientrato a Modena, nel 1946-48 Levi si fa le ossa all’Unità democratica. Nel 1948-49 va soldato nell’esercito d’Israele per combattere nella guerra di indipendenza. Ma ha l’ansia perenne di scrivere su giornali e riviste. Dopo la laurea in filosofia a Bologna, nel 1950 va a Londra. Per nove anni lavora alla radio, collabora con la Settimana Incom e la Gazzetta del Popolo. Diventa il corrispondente dalla Gran Bretagna del Corriere d’Informazione che lo richiama a Milano per sostituire il coetaneo Alberto Ronchey, pastonista politico andato corrispondente della Stampa a Mosca. L’anno dopo Levi lo raggiunge da corrispondente del Corriere della Sera. Sotto le mura del Cremlino le due carriere si incrociano in una profonda intesa professionale. Il 17 dicembre 1968, La Stampa diretta da Ronchey annuncia l’ingresso di Arrigo Levi, inviato speciale. Il 2 gennaio 1969 la prima pagina è interamente dedicata alla sua intervista con papa Paolo VI. Presto partirà per la più lunga inchiesta mai eseguita: un viaggio fra i maggiori economisti del mondo, decine di puntate che costituiranno un libro tradotto in Francia, America, Inghilterra, Giappone. Nel 1973, a 47 anni, Levi succede a Ronchey. Sarà un direttore innovativo e subito sorprendente: per la prima volta in Italia, sottopone la propria nomina alla fiducia delle redazioni in assemblea a Torino, Roma e Milano. Nel breve saluto “Ai lettori” s’impegna a mantenere al giornale «la sua chiara e forte fisionomia di organo indipendente, democratico e antifascista, che ha partecipato a tutte le battaglie per lo sviluppo del Paese». Ne affronterà altre con successo, in difesa delle leggi sul divorzio e sull’aborto. Quello stesso anno ospita la domenica in Terza pagina la rubrica Controcorrente di Indro Montanelli, licenziato dal Corriere della Sera. Rende più assidua la collaborazione di Guido Ceronetti e quella di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che dedicano al colonnello Gheddafi, prossimo azionista della Fiat, l’ironico elzeviro Pare che…. Furibondo, il dittatore libico pretende il licenziamento dei tre colpevoli, che Gianni Agnelli prontamente rifiuta mentre il giornale e il direttore riscuotono la solidarietà delle maggiori testate internazionali. Emiliano cordiale, poliglotta, rapido, pragmatico, stenografo, dattilografo, Levi è capace di scrivere un editoriale di due colonne in un’ora, anche direttamente in inglese. Lucida analisi, chiara scrittura, concretezza, semplicità. Mentre scrive lascia la porta aperta, risponde al telefono e a chi si affaccia continuando a battere sulla tastiera. Potenzia la presenza della Stampa in Piemonte, apre redazioni in ogni capoluogo. Inaugura la prima teletrasmissione di un giornale del Nord a Roma. Avvia la rivoluzione tecnologica che traghetterà La Stampa dal piombo della tipografia al computer. Istituisce una Pagina dell’arte. Rinnova l’informazione economica. Fonda Tuttolibri, il primo settimanale totalmente dedicato all’universo editoriale. Arruola tra i collaboratori Leonardo Sciascia, Giorgio Bassani, Carlo Cassola, Antonio Ghirelli, Furio Colombo, il filosofo Gianni Vattimo, il giovane economista Mario Deaglio e due firme che nella storia della Stampa occuperanno un posto speciale: Primo Levi e Norberto Bobbio. La ferma difesa dello Stato democratico sfidato dalle Brigate rosse costa alla Stampa mesi di minacce, nel 1977 due assalti con le molotov e una boma ad alto potenziale che la notte tra il 17 e il 18 settembre esplode a ridosso del reparto spedizione ferendo otto operai. In novembre cade in un agguato nell’androne di casa il vicedirettore Carlo Casalegno, il primo giornalista assassinato dai terroristi, firma simbolo del giornale e della sua linea. «Toccava a me», ripete il direttore sconvolto dal dolore e da un senso di responsabilità che non lo lascerà più. Il 7 settembre 1978 Arrigo Levi firma La Stampa per l’ultima volta. Dal «giornalismo come missione»Levi torna al «giornalismo come mediazione». Si ridesta lo studioso di filosofia che dialoga con maestri religiosi e operatori di pace. Si ridesta il saggista che studia l’Europa, i totalitarismi, il mondo arabo-islamico. Ma resta giornalista anche al Quirinale, dove traccia per Ciampi il ritratto sociale, economico, culturale di ogni città che il capo dello Stato visiterà in un lungo viaggio in Italia. Dalla popolarità televisiva, dai giornali ad alta tiratura all’ultima inchiesta solo per il presidente, riservata personale.
