L’appetito yankee per i minerali critici latinoamericani
RubricheSe il corollario Trump alla Dottrina Monroe – o, più sinteticamente, Dottrina Donroe – ha riconfigurato la regione latinoamericana e caraibica come zona di influenza prioritaria, un ruolo determinante lo giocano di sicuro i minerali critici. Dal Triangolo del litio costituito da Argentina, Bolivia e Cile, fino alle terre rare (e niobio, nichel, manganese, grafite e cobalto) in Brasile, passando per il rame in Cile, in Perù e in Messico, l’America Latina è al centro della corsa ai minerali strategici, il nuovo epicentro del potere globale. È da questi, come è noto, che dipendono i tre pilastri centrali dell’economia contemporanea: alta tecnologia, transizione energetica e sicurezza nazionale. La nuova febbre mineraria colpisce in pieno gli Stati Uniti, decisi a ridurre a ogni costo la dipendenza dalla Cina, che, da sola, controlla quasi il 70% della capacità di raffinazione globale di materiali chiave come litio, grafite e terre rare. Un compito che richiede il controllo di quel ricchissimo e sventuratissimo patio trasero che pure, per il breve periodo del “ciclo progressista”, aveva sognato di affrancarsi dall’ingombrante vicino. Se il Venezuela, diventato di fatto un protettorato Usa, ha aperto anche il settore minerario, dopo quello petrolifero, agli investitori privati – garantendo «illimitate» opportunità «per una collaborazione» tra i due paesi riguardo anche ai minerali critici -, gli Stati Uniti hanno allungato i loro tentacoli un po’ dappertutto. Nel Cile di Kast, non si era quasi neppure insediato il nuovo governo di estrema destra e già l’amministrazione Trump incassava la firma di un memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione e promuovere investimenti in settori strategici come rame, litio e terre rare. E un analogo memorandum ha interessato anche la Bolivia di Rodrigo Paz, dove il litio – di cui il paese possiede il più grande giacimento del mondo, in quell’angolo di paradiso che è il Salar de Uyuni – è stato, come è noto, una delle cause del golpe del 2019. Celebre al riguardo il post di Elon Musk, il quale, interpellato da un utente sul ruolo degli Usa nel golpe proprio in riferimento al litio, scriveva: «Noi colpiremo chiunque vogliamo! Fattene una ragione». Tutto liscio come l’olio anche con il governo amico di Milei, che con gli Usa – in nome delle nuove e ancor più convinte «relazioni carnali» – ha firmato a Washington un accordo a margine del vertice globale convocato a febbraio scorso dalla Casa Bianca per dar vita a una coalizione di oltre 50 paesi in funzione anti-cinese. «L’Argentina svolgerà un ruolo chiave per il mondo» nel mercato dei minerali critici, ha applaudito il segretario di Stato Usa Marco Rubio. E tra il Rigi (Regime de Incentivo a las Grandes Inversiones) e lo smantellamento della storica Ley de Glaciares sulla protezione dei ghiacciai e dell’ambiente periglaciale, il paese si avvia davvero a diventare un attore strategico, naturalmente per conto terzi. Alla nuova versione del solito estrattivismo – destinato a lasciare alla regione tutti i danni ambientali senza neppure garantire in cambio una sovranità tecnologica ed economica – prova invece a smarcarsi il Brasile, dove Lula dichiara che terre rare e minerali critici appartengono al popolo brasiliano e che non permetterà che paesi stranieri si approprino di queste risorse. Molte, moltissime risorse: il Brasile, in particolare negli stati di Goiás, Minas Gerais e Amazonas, possiede il 95% delle riserve note di niobio, la terza riserva mondiale di nichel e grafite e soprattutto la seconda di terre rare, pari al 23 per cento delle riserve mondiali, benché la sua produzione sia inferiore all’1 per cento sul totale globale. Una combinazione, quella tra enorme disponibilità di materie prime e basso livello di sfruttamento, fatta apposta per scatenare l’appetito degli Usa, che, proprio con l’obiettivo di costruire catene di approvvigionamento al di fuori della Cina, stanno intensificando la loro offensiva per garantirsi l’accesso ai minerali critici del paese. Piazzando subito un colpo clamoroso: l’acquisizione da parte della società mineraria Usa Rare Earth, per circa 2,8 miliardi di dollari – e senza obbligo di lavorazione locale – della brasiliana Serra Verde, proprietaria della miniera Pela Ema a Minaçu, nello stato del Goiás, considerata l’unico produttore su larga scala al di fuori dell’Asia in grado di fornire i quattro principali elementi magnetici di terre rare (praseodimio, neodimio, terbio e disprosio). A tale affronto alla sovranità del paese, il governo federale ha risposto centralizzando le politiche sui minerali critici, attraverso l’istituzione di un comitato speciale ad hoc sotto il comando della Casa Civile della presidenza della Repubblica, incaricato di coordinare la strategia relativa alla sovranità mineraria e alla transizione energetica. Con un preciso obiettivo: quello di portare nel paese tutta la filiera di lavorazione e produzione, evitando che il Brasile si riduca appena a fornire carburante per la rivoluzione tecnologica altrui. Accese polemiche, però, accompagnano intanto il Projeto de Lei 2780/2024 sui Minerali Critici e Strategici, già approvato dalla Camera dei Deputati e in attesa di esame presso il Senato, che mira ad accelerare l’estrazione e la lavorazione di risorse come litio, nichel e appunto terre rare puntando sugli incentivi per il settore privato e sulle agevolazioni fiscali. Invano un’ala del Pt aveva chiesto a gran voce la creazione di un’impresa statale, la TerraBrás: preoccupato piuttosto di garantirsi la fiducia degli investitori stranieri in vista delle elezioni del 2026, Lula non è stato dello stesso avviso, dando piuttosto la priorità agli investimenti diretti esteri. Non solo. Come ha denunciato l’Osservatorio sul Clima, il testo consolida il paradigma estrattivista, rafforzando un modello di sfruttamento minerario a basso valore aggiunto, indebolendo le protezioni ambientali e inasprendo le controversie territoriali. Tanto più che almeno 278 aree indigene, pari al 44% di tutte le terre dei popoli originari nel paese, sono assediate da richieste di sfruttamento dei minerali critici.

