Addio Guccini, l’antidivo che ha incantato generazioni con la sua poetica
CommentoAddio Guccini, l’antidivo che ha incantato generazioni con la sua poetica | In In Fatti | Di Di Toni Jop Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email Me lo ricordo tanto tempo fa, in coda ad un pranzo di compleanno, nella sua Pavana o lì vicino, un ristorantone con tanti tavoli, ruvido folk appenninico, niente fighetterie. In quel momento, c’eravamo solo noi due, all’aperto e Francesco accennò una corsa, ma soprattutto fece due salti, evento rarissimo, poi il corposo atleta si girò, mi guardò e io commentai angelico: ma sei proprio contento! “Cosa vuoi che sia contento, contento di che? Che son vecchio: ho settant’anni oggi… dove vado che faccio? Sono agli sgoccioli…”, ma valà, risposi, che sei un ragazzo, hai un’altra vita davanti, e avevo ragione io, allora. Non ho idea di quando abbia cominciato a viversi da “vecchio” o da “terminale” ma forse era poco più di un ragazzo cresciuto quando accese la macchina da ripresa del campolungo che l’avrebbe accompagnato tuttavia senza tragedie fino a poche ore fa. La verità è che è difficile parlare di un amico che se n’è andato e non sai bene da dove afferrare il filo, così, qualunque sia il suo peso specifico in qualche modo oggettivo nella storia di questo Paese e della sua poetica, mi appendo ai ricordi privati che sono una buona porta d’ingresso, eviti, almeno per un po’ il gigantismo dei bilanci che si sprecano in situazioni simili perché suonare a perdifiato una tromba viene in fondo facile, soprattutto con uno come lui. Francesco Guccini se n’è andato a 86 anni, che è un’età rispettabile, dopo aver passato un tempo lungo con gli occhi quasi inservibili e lontano dai palchi che mai lo hanno tradito, dopo aver smesso di bere vino e fumare, due suoi grandi piaceri ma qui va detto che la sua ottima resistenza ai malanni è in gran parte il frutto dell’amore che gli hanno dedicato Raffaella Zuccari, la sua bella e amatissima compagna, e sua figlia Teresa, bellissima anche lei, avuta da Angela Signorini, in passato per circa vent’anni al suo fianco. È stato a lungo collaboratore de l’Unità Allo scadere del secolo scorso, lo avevo convinto a collaborare sistematicamente con l’Unità, mentre curavo le pagine degli spettacoli, ma le prime connessioni risalivano a quando ero capo del servizio Interni. Scriveva per noi editoriali e commenti ma poi il rapporto si strutturò e cominciò a riempire rubriche dedicate alle parole che erano state insabbiate dal tempo e il cui senso si era perduto in un mare di nebbia. Non c’è stata volta in cui Francesco abbia prodotto la sua rubrica senza che me la leggesse velocemente al telefono appena composta e cioè: stava al gioco come gli veniva, come gli pareva giusto, con una bella dose di modestia e di generosità, qualità che in tv non hanno grande fortuna. E infatti, credo non esista altro artista italiano che come lui di fronte alla tv si sia sempre mostrato “renitente” senza frontismi: lo invitavano e lui rispondeva garbatamente che no, non gli interessava stare a quel gioco. Sembra non credibile ribadirlo oggi, ma Francesco non ha mai cercato il successo e la gloria, così non è mai stato costretto dall’ambizione a cedere qualcosa di sé al pubblico, il fatto di avere ad un certo punto della sua vita un po’ di soldi in banca per comprarsi tutti i libri e le cose che voleva erano già un paradiso sufficiente e inatteso, e a parte l’amore che un davvero grande pubblico gli consegnava ad ogni passo, il resto non aveva grande importanza per lui. Non amava e non cercava la televisione Di nuovo, infatti: proviamo cercare qualcun altro artista che oggi alla tv non debba nulla ma proprio nulla e non lo troveremo. E già qui, eccoci di fronte ad un numero unico. Poi, era di sinistra, non un rivoltoso da barricate ma di sinistra, un poeta vero della sinistra e del senso di umanità che tra errori e tradimenti la sinistra si pregia di coltivare con ostinazione. Gli piaceva smorzare gli entusiasmi rivoluzionari di molti suoi innamorati estimatori sostenendo di essere quasi un democristiano di sinistra. In altre parole, ha sempre abbassato i toni di chi lo stava a sentire, anche se mi sembra che Francesco riuscisse ad intrecciare la ferma prudenza, la ragionevolezza di un partigiano con la radicalità morale di un buon democristiano di sinistra come di un buon comunista italiano. Un antifascista dalla testa ai piedi, e l’Italia, da sempre appesa alla tv e alla sua didattica, non aveva dubbi sulla posizione culturale e politica di un uomo che con la tv non aveva rapporti. La sua tv erano i concerti, lui lì parlava, tra una Locomotiva, tra la Via Emilia e il West, sempre sornione anche quando faceva una certa fatica a contenere la rabbia per quel che di male accadeva mentre il Paese veniva educato ad accettare che un post fascista potesse diventare il padrone d’Italia giusto per riscrivere la storia da quello stra-battuto e sanguinario punto di vista. Nel frattempo, la sua poetica aveva ammaliato generazioni su generazioni e molti nipoti intonavano i suoi brani nella carrozza di un treno, tra i sedili di un pullman, attorno ad un fuoco sulla sabbia, gli stessi temi rabberciati dai loro padri e dai loro nonni quando esplodeva la rivolta degli oppressi e la coscienza del mondo cresceva in ampiezza e profondità e una nuova storia cominciava. La sua poetica ha radici nell’illuminismoe nell’antifascismo Ecco, Guccini aveva nelle ossa il senso di questo passaggio, figlio della Ragione, figlio del 1789 come del ’68 e una grande parte di quella sua poetica appare come una tenace difesa dei valori che proprio a partire da questi passaggi si sono affermati, sostenuta da una sempre accesa critica istituzionale. Ma non era solo questo, aveva a disposizione un’altra telecamera sul reale, ed era epica, accordata sulle frequenze dell’epica. Sposta molto del suo cantato nel dominio di una soggettività grande quanto l’intera terra, quella di un poeta omerico che tutto contiene e molto sa, ma non tutto, anzi… Guccini apre a ciò che non si sa, e par che avvenga un passaggio lontano dalla razionalità, eppure… basta ascoltare i versi di “Noi non ci saremo” per cercare e trovare qualche conferma all’esistenza di questa sua seconda camera sulle cose del mondo. “Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del Sole più vasta del Mondo… mai mano d’uomo la toccherà… e solo il silenzio come un sudario si stenderà… tra il cielo e la terra per mille secoli almeno…. Ma noi non ci saremo…”: impianto grandioso, visione totale, solenne e misteriosa quanto l’aria di una immensa cattedrale gotica in una notte d’inverno, non siamo forse vicini ad una bolla culturale che sembra partorita dal Romanticismo delle origini, tra tombe e ricordi? Come negare il fascino anche se terribile di una visione profetica che canta l’estrema transitorietà dell’umano mentre dipinge un fondale in cui il colore è quello di ciò che non sappiamo? E da qui pare che nasca l’epica gucciniana, come un rombo che muove dalla considerazione di una fondamentale insensatezza di un “tutto”, proprio per questo disperatamente bisognoso d’affetto oltre che di rispetto. Così, questo fantastico bardo medioevale mette assieme due mondi, due linguaggi, per qualche lunghezza perfino due antagonisti… uniti in una tessitura fitta come raramente è accaduto negli ultimi decenni. Il compagno figlio della rivoluzione e il senso del mistero della vita affrontato con l’epica sfrontata di Cyrano sono la stessa cosa, la stessa visione, nervi della stessa poetica. Ecco, forse, perché non si è cantato Guccini solo a sinistra ma anche a destra. Perché il suo canto ha spesso le stimmate dell’eroe, anti-eroe ma pur sempre eroe con una buona reattività, totalmente non violento, mai violento ma duro e scuro quanto una figura poetica tra Cecco Angiolieri e Francois Villon. Come quando cantò L’Avvelenata, e ne uscì un’onda corta di sofferenza gestita con splendida immediatezza, quasi senza filtri, ma con una forza tremenda, quella di chi è stato costretto ingiustamente a esporre alcune sue carte private, nel caso delle sgradevolezze che il critico Riccardo Bertoncelli aveva allora scritto di lui adombrando l’ipotesi che Guccini avesse esaurito la sua spinta propulsiva e che pensasse ora al dané. Quella risposta ebbe l’impatto di una nave addosso a un molo: sincera, viscerale ma di cuore, dura ma aperta a più strade, come a dire: “Non sono io quello di cui parli, perché io sono altro e te lo spiego”, parole di sintesi mie. “Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni…”: inizia così, con un controtempo – il giudizio sulle cose prima di esporre le cose – degno dell’inizio di una confessione privata e molto intima; quel brano andrebbe inserito nelle antologie di letteratura contemporanea italiana, al pari di un sonetto dantesco, è una eruzione enorme di sensi, entra da sé nel campo della grande poesia mentre Guccini con i suoi versi identifica un ponte illuminista innervato di romanticismo gettato tra due continenti culturali piuttosto regolarmente in conflitto: per dire cosa può venire in mente pensando al ruolo che ha avuto Francesco Guccini lì dove si disegnano gli orizzonti culturali e i colori fondamentali dei tempi. Detestava viaggiare, soffriva, quando non poteva farne a meno, l’assenza da Pavana, da questo paese sperduto tra montagne sempre meno ospitali dove viveva tra pochi vivi e molti ricordi, dove poteva ancora fiutare l’aria di baracci senza alcuna vanità, e cioè come lui, come i suoi abiti, come la sua casa, incorrotti. E nelle sue migliori estati era felice di andare in canoa, più o meno sotto casa, amava andare in canoa ma poi gliela rubarono e lui se ne comprò una nuova. Come tutti gli orsi, Francesco Guccini era un essere buono, coraggioso senza smanie, coerente senza sforzo, ultra percettivo, un immenso artista, da collocare tra i padri della Patria dei nostri tempi. Era convinto che fossi parente, o addirittura la stessa persona in altre vesti, della signora Senigallia che gli faceva le punture quando da piccolo aveva la febbre. E’ stato bello.


