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Addio Mary, malgrado «la diffidenza che fece esitare»
ApprofondimentiRoma, 28 lug – La storia di Mary de Rachewiltz – morta lo scorso 24 luglio all’età di 101 anni – ha a che fare con uno dei tipici paradossi di cui è costellata la vita personale di Ezra Pound. Il quale ebbe un figlio legittimo che (forse) non era il suo e una figlia illegittima che invece era sua. Mary era nata il 9 luglio del 1925, presso l’ospedale di Bressanone, dalla relazione extraconiugale del poeta con la musicista Olga Rudge. Nata fuori dal matrimonio, fu affidata a una famiglia di contadini di Gais, in Alto Adige. Quasi un anno dopo, il 10 settembre 1926, nacque a Parigi Omar, figlio di Dorothy Shakespear, la moglie di Pound. Il bambino fu riconosciuto dal poeta ma, secondo una voce insistente, non sarebbe stato suo figlio biologico. Il riconoscimento sarebbe stato un atto di galanteria del poeta verso la moglie, data la sua notoria doppia vita. Insomma, un classico pasticcio alla Pound, troppo impegnato a voler mettere ordine nel mondo da poter ordinare anche la propria vita privata.
Mary de Rachewiltz, devota vestale di suo padre
Se i contatti di Omar con il padre e con la sua opera furono incostanti, Mary ne diventerà invece una vestale, tenacemente devota. Ma con un retrogusto amaro, percepibile lungo tutta la sua bella biografia, intitolata Discrezioni: storia di una figlia che cerca di trattenere un padre che arriva, dispensa saggezza, poesia, educazione «confuciana», ma anche momenti di grande simpatia e tenerezza, intermezzi buffi, estrosi, lampi di genio e sregolatezza, ma che poi sempre se ne va. Se ne va o viene portato via. Dai partigiani, subito dopo la guerra (fu allora che pronunciò la sua famosa frase: «Se un uomo non è disposto a rischiare per le sue idee…»), poi dalla giustizia americana, che lo chiude in manicomio e lo dimentica lì per 14 anni per non essere costretta a processarlo. Ma anche prima e dopo queste clausure coatte, Pound si dimostra sempre troppo irrequieto, esuberante, assetato di vita e di mondo rispetto alla stabilità che Mary avrebbe voluto dal padre. E ogni volta, per Mary, è un dolore, ogni partenza una ferita.
La psicanalisi è una scienza volgare, peraltro poco amata dallo stesso poeta, ma non occorre scomodare Freud per vedere questa continua ricerca di un padre che va e viene in controluce dietro la più controversa delle iniziative di Mary: il processo – fallimentare – che intenterà contro CasaPound per l’utilizzo del nome del padre. Dopo una vita di lotta per trattenere un genitore troppo grande per stare in un solo abbraccio, proprio quando il suo ruolo di unica custode dell’eredità culturale poundiana viene universalmente riconosciuto, ecco spuntare da chissà dove dei ragazzi che si «appropriano» di quel nome.
Pound è di chi non chiede il permesso
Improvvisamente, al castello di Brunnenburg, comincia un viavai di giornalisti. Ognuno vuole avere un suo frammento di quella scomunica da sbattere in prima pagina. Gli eredi di quelli che rinchiusero il poeta in una gabbia da zoo, tutto ad un tratto ne scoprono il «valore universale». Facendo finta di non sapere come Mary abbia sempre rivendicato non solo l’eredità poetica, ma anche quella politica di Pound. Il poeta che disprezzava gli snob e insultava i pedanti, che cantava l’inscindibile unione di pensiero e azione, che amava il popolo, la gente sanguigna e autentica, che non temeva la radicalità e proclamava la necessità del coraggio, personale e intellettuale, che disprezzava la censura e malediva le guardie, diventava ora troppo delicato per finire sulle barricate di lotte politiche e sociali, all’ombra di quel tricolore che era stata la sua bandiera d’adozione. Via dalle strade, dalle sezioni, dai muri, via dalle mani dei giovani, dei lavoratori, di quelli che non chiedono il permesso: Pound doveva tornare dietro una teca celebrativa a prendere polvere, onorato e dimenticato, reso innocuo dall’accademia e dalle terze pagine. Mary forse presentiva l’inautenticità di tutta l’operazione montata dai burocrati del pensiero attorno alla sua iniziativa, ma la riconquista del padre doveva sembrargli troppo più importante.
Ma questa è storia. Una storia di cui non rimarrà nulla, le cui asprezze si cancelleranno nel tempo, a differenza di ciò che Mary ha fatto per la cura e la diffusione del pensiero di Pound. E alla fine, osservando dalla giusta distanza, si saprà distinguere chi – a dispetto delle incomprensioni temporanee – avrà contribuito da punti differenti a edificare la città di Dioce, «che ha le terrazze color delle stelle» e chi, invece, avrà diritto solo a un posto negli inferni escrementizi in cui affogano gli schiavi dell’avidità e dell’usura.
Adriano Scianca
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